Mobility Management: a che punto sono le aziende italiane?

Mobility Management: a che punto sono le aziende italiane?

Tre organizzazioni su 4 consentono ai dipendenti l’accesso ai sistemi aziendali in mobilità attraverso una piattaforma di EMM, ma solo la metà permette di andare oltre la sola gestione delle email. I risultati di un’indagine di NetworkDigital4 con MobileIron su 400 imprese di tutti i settori.

Mobile Device Management (MDM) significa gestire, attraverso apposite soluzioni software, i device mobili che ogni dipendente porta con sé, dentro e fuori all’azienda, tenendo sotto controllo l’uso e la sicurezza dei dati aziendali che su di essi transitano. Quindi non è solo una questione di quantità di dispositivi, ma anche di quantità di servizi e di vincoli di sicurezza associati.

In termini molto generali, l’IT aziendale si ritrova di fronte a un problema già affrontato in passato: il crescere incontrollato di un parco installato molto diversificato di dispositivi e sistemi. In questo caso l’estrema eterogeneità degli hardware (smartphone, tablet, wearable, dispositivi smart), dei software (sistemi operativi e App) ha moltiplicato la complessità gestionale, in totale contrasto con le necessità di razionalizzazione e di sicurezza delle orgamizzazioni.

Per di più la complessità rischia di crescere ulteriormente. Nei prossimi anni le wearable technologies si diffonderanno, smart watch e smart glasses in testa. Sono e saranno tutti interconnessi alla rete e alle app in cloud e costituiranno un’evoluzione della mobility. Quando si parla di Mobile Device Management, infatti, bisogna guardare oltre al contingente, ragionando con un po’ di anticipo per non trovarsi a dover faticosamente recuperare.

Mobile Device Management, il quadro in Italia

Già oggi le imprese più lungimiranti hanno saputo adottare in fretta soluzioni a supporto di una centralizzazione organizzata, scegliendo piattaforme di Enterprise Mobility Management capaci di garantire agli amministratori il controllo sui dispositivi, sugli accessi, sulle applicazioni, sui dati aziendali da proteggere. A raccontarlo è una indagine condotta da NetworkDigital4 in collaborazione con MobileIron su un panel di 400 aziende italiane, operanti in tutti i settori di cui il 34% appartenenti all’industria e il 66% nei servizi.

A rispondere alle domande degli analisti CIO e responsabili IT (91% del campione) che hanno aiutato a costruire una fotografia molto dettagliata dello stato dell’arte tecnologico rispetto al tema del Mobile Device Management. Un dato interessante, ad esempio, è che oltre 3 aziende su 4 (il 76%) consente al personale che lavora in mobilità di accedere ai sistemi aziendali e sempre un 76% utilizza una piattaforma di MDM.

Mobility Management: a che punto sono le aziende italiane?

Il 24% delle aziende non permette ai dipendenti in mobilità di accedere ai sistemi informativi aziendali, ma il 9% di queste ci sta pensando. Un dato che dà evidenza del trend è che di questo 24% di aziende, quasi 8 su 10 hanno già in casa una soluzione di MDM il che significa chiaramente una forte consapevolezza rispetto a quanto la forza lavoro in mobilità abbia bisogno di nuove risorse integrate per fare in modo che produttività individuale e business continuity aziendale funzionino attraverso un’unica soluzione di continuità.

Accesso remoto ai sistemi aziendali: in un caso su 2 è solo per l’email

Semplificare la gestione dei dispositivi mobili attraverso un’unica piattaforma capace di garantire il controllo e la sicurezza di dispositivi, dati e applicazioni è una scelta strategica perché permette di normalizzare e standardizzare una serie di attività che altrimenti devono essere fatte in modo puntuale e dispersivo. Andando nel dettaglio della ricerca, però, si scopre che la metà delle aziende ancora non sfrutta davvero questa opportunità: solo il 50% del campione consente agli utenti in mobilità di accedere a documenti, alla intranet aziendale, e a servizi di assistenza remota. L’altra metà delle imprese, infatti, permette solo l’accesso alla posta elettronica aziendale.

La bidirezionalità inaugurata dalle piattaforme di MDM, invece, apre nuove modalità di relazione e di sviluppo che consentono agli amministratori di sistema non soltanto di tracciare in maniera più adeguata e puntuale i servizi ma anche di monitorare eventuali criticità per una gestione più proattiva e customer centrica, con una reportistica automatica che aiuta a evidenziare le criticità senza aspettare che siano gli utenti a fare le loro segnalazioni.

Mobility Management: a che punto sono le aziende italiane?

Enterprise Mobility Management: meglio COPE che BYOD

Rispetto al tema forse più critico, quello del BYOD-Bring Your Own Device, il modello adottato da 7 aziende su 10 è il COPE (Corporate Only, Personal Enabled), ovvero la situazione in cui l’azienda compra il device e permette al dipendente di usarlo anche per scopi personali. Mentre 3 aziende su 10 scelgono il COBO (Corporate Owner, Business Only), in cui il device è aziendale e può essere usato solo per lavoro. Solo il 2% offre massima libertà di accesso ai sistemi informativi dell’organizzazione sia dai dispositivi personali che da quelli aziendali.

Andando a mappare meglio le priorità delle aziende che consentono ai dipendenti in mobilità di accedere ai sistemi aziendali e che hanno una piattaforma di MDM si scopre che la sicurezza rimane al primo posto (70%). Al secondo, a distanza, viene segnalata la necessità di ulteriore flessibilità nella gestione dei dispositivi (24%). La gestione della mobile workforce è un altro aspetto importante, ma solo per il 6% del campione.

Mobility Management: a che punto sono le aziende italiane?

Dalle risposte all’indagine risulta comunque che già nell’anno in corso il tema del BYOD è comunque messo sul tavolo dal 15% del campione. Nell’ottica dell’evoluzione del mobility management aziendale, la priorità più ricorrente è una gestione sempre più integrata dei dispostivi aziendali, seguita dall’adozione di soluzioni più evolute (16%) e da una gestione integrata dei dispositivi personali dei dipendenti.

fonte: mobile4innovation.it

Total Digital Audience Luglio 2016

La Total Digital Audience in Italia nel Mese di Luglio 2016

La total digital audience a luglio ha raggiunto 28,4 milioni di utenti nel mese e circa 22 milioni nel giorno medio. 
Sono stati 24,6 milioni gli italiani tra i 18 e i 74 anni che hanno navigato da mobile a luglio, per 42 ore e 12 minuti in media per persona nel mese.

Total Digital Audience Luglio 2016

Approfondimento socio-demografico

A luglio erano online nel giorno medio il 38,7% degli uomini (10,6 milioni) e il 41% delle donne (11,4 milioni).

La fruizione di internet via mobile ha coinvolto il 46,6% delle donne (10,4 milioni), contro il 40,7% degli uomini (8,8 milioni), il 50% dei 18-24enni (2,1 milioni), il 55,4% dei 25-34enni (3,8 milioni) e il 53% dei 35-54enni (9,8 milioni).

Total Digital Audience Luglio 2016

La fruizione del mezzo

Il tempo speso online nel giorno medio supera le due ore. In particolare, i 18-24enni e i 25-34enni hanno dedicato alla navigazione da tutti i device rilevati (PC, smartphone e/o tablet), rispettivamente, 2 ore e 26 minuti i primi e 2 ore e 31 minuti la seconda fascia, prediligendo la fruizione da mobile che registra circa 2 ore e 15 minuti.

Le donne continuano a dedicare più tempo all’online nel giorno medio. In particolare, in questo mese estivo, hanno trascorso online dai device rilevati (pc e mobile) circa 2 ore e 16 minuti in media per persona, dedicando 2 ore alla fruizione da device mobili e superando ancora il consumo registrato dagli uomini (1 ora e 55 minuti dai device rilevati e 1 ora e 36 minuti da mobile).

Total Digital Audience Luglio 2016

Tra le principali categorie di siti e applicazioni più consultati nel mese di luglio, restano confermati i siti o applicazioni di ricerca (sotto-categoria “Search”, con circa il 94% degli utenti online), i portali generalisti (sotto-categoria “General Interest Portals & Communities”, con il 91,3% degli utenti online), i social network (“Member Communities”, con l’87% degli utenti online e più di 15 ore di tempo per persona), i siti che offrono servizi e tool online (sotto-categoria “Internet tools / web services” con circa l’87% degli utenti), di software (sotto-categoria “Software Manufacturers” con l’83,3% degli utenti).

Raggiungono valori di rilievo in termini di tempo speso nel mese i siti e/o applicazioni dedicati alle chat da mobile (sotto-categoria “Cellular Paging, con il 74,5% degli utenti online e oltre 10 ore per persona in media nel mese), della messaggistica istantanea (sotto-categoria “Instant messaging”, con il 65% degli utenti e 2 ore di tempo per persona) e di giochi online (sotto-categoria “Online Games”, con il 62% degli utenti e 7 ore e 53 minuti di tempo per persona).

Total Digital Audience Luglio 2016

 

fonte: audiweb

L'ora migliore per pubblicare sui Social

L’ora migliore per pubblicare contenuti sui social network!

In fondo è semplice: l’ora migliore per pubblicare i contenuti sui social network è il momento in cui le persone che ci interessano sono su quel social network. È così che si ottiene il maggior numero di visualizzazioni, quindi di condivisioni e conseguentemente di clic.

Anche se la risposta alla domanda può sembrare semplice, in realtà, non è così facile sapere quando il pubblico che ci interessa è online ed attivo sulla piattaforma che vogliamo utilizzare.

Per fortuna alcuni grandi network, quelli che fanno milioni di visualizzazioni su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram e Google+ hanno condotto studi accurati sul “momento migliora per postare” e hanno deciso di condividerne i risultati.

In questo articolo trovate i dati dei principali studi disponibili consolidati e riassunti.

Se invece volete approfondire da soli e capire i diversi risultati di ciascuna ricerca potete farlo consultando le fonti che noi stessi abbiamo usato per questo post

  1. HubSpot’s roundup
  2. Ricerca Forbes case study
  3. Ricerca search Buffer
  4. Aggiornamneto ricerca Buffer
  5. Studio Huffington Post
  6. Ricerca SurePayroll’s compiled research
  7. Analisi Fast Company
  8. Studio Neil Patel su Quick Sprout
  9. Elle & Co. research
  10. FastCompany research
  11. TrackMaven research
  12. Chron research
  13. Kissmetrics research
  14. Fannit research
  15. Studio CoSchedule

Quale è il momento migliore per pubblicare contenuti su Facebook?

L'orario migliore per pubblicare su Facebook
Il momento migliore per postare su Facebook va dalle 13 alle 16 sia in settimana che nei week-end.

In particolare

  • Sabato e domenica dalle 12 alle 13
  • Giovedì e venerdì dalle 13 elle 16
  • Mercoledì alle 15

Per attività B2B i giorni migliori sono giovedì e venerdì. La gente è più felice di venerdì e condivide più volentieri una notizia.

Per attività B2C il weekend è il momento migliore con un engagement superiore del 32% rispetto al resto della settimana.

Bene anche le 9 di mattina nei giorni feriali, mentre il momento peggiore è prima delle 8 di mattina o dopo le 20.

L’ora migliore per Twittare

L'ora migliore per pubblicare su twitter
Su Twitter il momento migliore per pubblicare un contenuto va dalle 12 alle 15 nei giorni feriali, con un picco anche alle 17.

Per attività B2B i giorni migliori sono quelli feriali durante l’orario di lavoro con un +16% in termini di retweet e clic.

Per attività B2C meglio in weekend che fa segnare un +17% in termini di engagement

In particolare:

  • Giovedì dalle 17 alle 18
  • Giorni feriali dalle 12 alle 15 e poi alle 17
  • Buoni risultati anche dalle 6 alle 7 di mattina e dalle 21 alle 22

Molte persone usano Twitter durante il trasferimento verso il lavoro e poi nelle pause della giornata lavorativa. Tenetelo presente.

Il momento migliore per pubblicare su LinkedIn

L'ora migliore per pubblicare su linkedin

LinkedIn è un network professionale, molte persone lo consultano come fosse un quotidiano, quindi prima di andare a lavoro oppure alla fine della giornata lavorativa.

I giorni feriali sono i migliori, soprattutto quelli centrali: martedì, mercoledì e giovedì.

Quindi quali sono i giorni e le ore migliori per pubblicare su LinkedIn?

  • Mercoledì dalle 10 alle 11 (top)
  • Mercoledì, giovedì e venerdì dalle 7,30 alle 8,30;
  • Giorni feriali alle 12 e dalle 17 alle 18

Per individuare il momento perfetto pensate che Linkedin viene usato soprattutto prima che inizia la giornata lavorativa e quando sta volgendo al termine, gli orari possono essere diversi a seconda del settore in cui si opera, dalla stagione o dal tipo di figura a cui ci si indirizza.

Quale è il momento migliore per pubblicare su Instagram?

L'ora migliore per pubblicare su Instagram

Instagram ha un coinvolgimento costante dei propri utenti durante tutti i giorni della settimana, con prestazioni leggermente migliori il lunedì e leggermente più basse la domenica.

Quindi ecco i giorni e gli orari migliori per pubblicare foto su Instagram:

  • Lunedì e giovedì tutti gli orari tranne dalle 15 alle 16
  • Video: tutti i giorni alle 9 e alle 20
  • Buoni risultati anche alle 17

Consiglio generale

Questi sono gli orari e i giorni migliori per pubblicare contenuti sui vari social network ed ottenere il maggior numero di condivisioni e clic, Prima di tutto però imparate da voi stessi, guardate le statistiche dei vostri post per capire se il vostro specifico pubblico ha abitudini o preferenze differenti. Nessuno meglio di voi stessi può conoscere i propri follower.

fonte: digitalic.it

I 5 comportamenti delle imprese italiane nella Mobile Transformation

I 5 comportamenti delle imprese italiane nella Mobile Transformation

L’Osservatorio Mobile B2C Strategy del Politecnico di Milano ha individuato alcuni precisi “cluster” di atteggiamento, da “nice to have” a “mobile first”. Decisivi, in tutti i casi, la convinzione del vertice aziendale, e un approccio unitario in cui tutte le unità collaborano.

Per studiare il grado d’avanzamento della “Mobile Transformation” nella singola azienda, ma anche a livello nazionale, l’Osservatorio Mobile B2C Strategy del Politecnico di Milano ha analizzato 121 imprese utenti italiane medio-grandi individuando 5 gruppi omogenei di comportamento (cluster):

  • Nice to have. Questo tipo di azienda, il 19% del totale, crede molto poco al contributo del Mobile ai propri risultati di business; le priorità sono altre e le poche attività svolte su Mobile sono state di pura sperimentazione e realizzate con budget residuali. Tipicamente non sono stati definiti gli obiettivi e i benefici che il Mobile può portare, e non si ritiene prioritario sviluppare delle competenze interne specifiche.
  • Digital driven. Aziende in cui l’impegno del vertice è ancora basso, ma vi sono team che si occupano di digital, hanno compreso le potenzialità del Mobile e portano avanti progetti importanti di integrazione di questo canale nel processo di relazione con i consumatori, seppur con limitazioni di budget e di integrazione con gli altri touch point, e con approcci “a silos” indipendenti tra aree diverse dell’azienda. Sono molte le attività che il team digital vorrebbe portare avanti, ma non è possibile farlo senza un impegno preciso del vertice, investimenti importanti e un diverso approccio organizzativo. Tutte cose ottenibili attraverso degli efficaci business case. È in questa situazione il 16% dei casi analizzati dall’Osservatorio.
  • Wannabe. Realtà in cui l’impegno del vertice sulla Mobile Transformation è alto. Le principali barriere che ne ostacolano l’attuazione concreta sono culturali, tecnologiche e/o di mancanza di competenze; per questo occorre avviare una forte attività di trasformazione culturale e organizzativa. Tipicamente in queste società è ancora basso il livello di digitalizzazione dei processi di marketing, vendita e CRM, per cui l’introduzione di strategie Mobile non può essere immediata. Appartiene a questo gruppo circa il 14% delle aziende analizzate.
  • Work in progress. È il cluster più numeroso (35% dei rispondenti). È formato da imprese per le quali il 2015 è stato l’anno della definizione della strategia Mobile e dell’avvio della sua realizzazione, cosa che ha richiesto cambiamenti nei ruoli organizzativi e su alcuni processi aziendali. Il cluster comprende sia realtà che hanno già portato avanti sviluppi significativi sul Mobile – creazione delle basi (organizzative e tecnologiche) per implementare i primi passi della strategia definita – sia aziende che, dopo anni di uso del Mobile non integrato nei sistemi aziendali, si sono date come priorità l’integrazione piena. I lavori su tutti questi fronti (organizzazione, sistemi di back-end, Asset Mobile) sono in corso.
  • Mobile First. Realtà in cui il Mobile guida le scelte di investimento in termini di sviluppo, design, usability, ecc. di tutti gli Asset; in queste aziende l’impegno del vertice è molto alto, la digitalizzazione dei processi è a uno stadio sufficientemente evoluto, le diverse parti dell’organizzazione cooperano in maniera attiva; nei casi più evoluti, c’è anche una misurazione spinta delle performance del Mobile in ottica cross-canale; tale cluster rappresenta il 16% delle aziende coinvolte nella ricerca.

Il cluster dei Mobile First comprende molti pure player dell’eCommerce ma anche aziende di svariati settori che nel 2015 hanno portato a compimento la strategia messa a punto nel 2014. Eterogenea, in termini di tipologia di settori, la presenza anche negli altri cluster, a testimoniare che l’approccio strategico al Mobile è più correlato alla singola azienda che al settore di appartenenza.

Va detto che mediamente le imprese di servizi hanno avviato prima il percorso di Mobile Transformation e si trovano quindi in posizione più avanzata rispetto alle imprese di prodotto. Però nel 2015 in alcune imprese di prodotto l’impegno del vertice è cresciuto in modo significativo e quindi l’organizzazione si sta muovendo verso la Mobile Transformation. «Abbiamo analizzato – scrivono i ricercatori – casi di imprese del largo consumo in cui la crescita di competenze sul Mobile è diventata una priorità e alcuni esempi di aziende produttrici di beni durevoli in cui il Mobile ha fatto la sua comparsa nei dipartimenti di sviluppo prodotto, grazie alle opportunità offerte dall’Internet of Things, cioè dall’utilizzo di sensori all’interno dei beni.

Fonte: mobile4innovation.it

Multicanalità, quattro modi di vivere il customer journey

Multicanalità: quattro modi di vivere il Customer Journey

Sono sempre di più gli italiani che acquistano passando attraverso un mix di touchpoint tradizionali e digitali. Ma quali sono i loro profili e comportamenti? Lo spiega una ricerca realizzata da Nielsen, Politecnico di Milano, Connexia e Hubility, che ha definito le caratteristiche di quattro “cluster” di consumatori multicanale.

Chi sono gli italiani che sfruttano il digitale per fare acquisti?
Shopping (R)evolution, nona edizione del Convegno dell’Osservatorio Multicanalità promosso da Nielsen, School of Management del Politecnico di Milano, insieme con Connexia e Hubility, ha fatto luce sulle nuove abitudini sviluppate grazie alla commistione delle potenzialità offerte dall’online e dell’offline.

Secondo la ricerca, c’è una prima distinzione da fare tra due macro cluster: InfoShopper ed eShopper. Gli InfoShopper rappresentano gli individui che utilizzano touch point digitali unicamente per ottenere informazioni su prodotto e/o marca. Sono circa 11 milioni di italiani, ovvero il 35% degli Internet User, e si caratterizzano per una certa “diffidenza” verso l’utilizzo del digitale per finalizzare transazioni online.

Gli eShopper sono invece coloro che utilizzano la Rete sia per informarsi sia per effettuare acquisti, che prediligono il web al punto vendita fisico: nel 2016, sono rientrati in questo profilo 20,5 milioni di italiani, pari al 65% degli utenti Internet.

«Dalla ricerca emerge un’Italia molto più evoluta e multicanale rispetto al percepito di aziende e istituzioni», ha speigato Cristina Papini, Director Nielsen. «Per 31,5 milioni di italiani Internet è centrale nel proprio customer journey: ben 20,5 milioni – gli eShopper – lo utilizzano lungo tutto il path to purchase. Siamo a un punto di svolta nel quale il ruolo del digitale assume connotazioni e intensità diverse nelle varie categorie di prodotto e tra i segmenti di consumatori individuati. Se non stupisce che il 92% degli eShopper ha acquistato viaggi online e il 72% ha investito oltre la metà della spesa online in abbigliamento e accessori, è meno scontato che un nutrito 66% di acquirenti Internet sviluppino online oltre il 50% del valore. Individuare le ragioni e le modalità sulle quali fare leva per riprogettare l’esperienza offerta ai propri clienti lungo tutto il processo d’acquisto – on line e off line – ridefinisce l’ingaggio tra marca e individuo costruendo una vera seamless experience».

Il gruppo di ricerca dell’Osservatorio Multicanalità 2016 ha anche operato una seconda segmentazione, più profonda, rispetto al gruppo degli eShopper, rifacendosi a due variabili: la maggiore o minore propensione di questi soggetti all’utilizzo di canali digitali in fase d’acquisto e la propensione degli stessi all’utilizzo di Internet per fornire o condividere feedback. I profili così individuati sono quattro: Everywhere Shopper, Money Saver, Cherry Picker e Pragmatic.

I quattro nuovi cluster della multicanalità sono simili per dimensioni ma profondamente diversi sia per le ragioni che guidano alla scelta dei touchpoint nel P2P che per le diverse aspettative che esprimono verso l’insegna e la marca.

Entrando più nello specifico, lo studio evidenzia che gli Everywhere Shopper (5,5 milioni) sono formati prevalentemente da soggetti appartenenti a Generazione X (50%) e Millennials (41%) e sono il gruppo più affine alle dinamiche multicanale. Utilizzano, infatti, i touch point digitali ovunque e in qualsiasi momento: per confrontare prezzi, aggiornarsi sulle offerte online, fornire o consultare feedback su prodotti e aziende. Li contraddistingue una particolare attenzione per i prezzi, le offerte personalizzate e le novità. Utilizzando spesso l’e-commerce, si attendono piattaforme mobile user friendly, sia per quanto concerne la consultazione dell’offerta prodotti sia, soprattutto, per le transazioni.

Come suggerisce il nome, i Money Saver (5,2 milioni) sono grandi pianificatori e mirano al risparmio. Anch’essi formati da soggetti appartenenti a Generazione X (49%) e Millennials (34%), utilizzano la rete con un unico obiettivo: risparmiare. Prediligono quindi gli strumenti di comparazione online dei prezzi, consultano i volantini digitalizzati e verificano i pareri di altri utenti, spesso attraverso i social network, fruendo il tutto rigorosamente da smartphone, il device preferito dal gruppo. I Money Saver non sono dunque alla ricerca dell’engagement da parte dei brand, il loro scopo è unicamente quello di acquistare un prodotto al miglior rapporto qualità/prezzo.

I Cherry Picker (5,1 milioni di individui) sono abitudinari, amanti delle tradizioni e legati al concetto di famiglia. Al contrario degli Everywhere Shopper, non posseggono prodotti tecnologici all’avanguardia e sono costituiti principalmente da individui della Generazione X (47%), Baby Boomers (27%) e Millennials (26%). Sono, a differenza degli altri segmenti individuati, in maggioranza donne (52%) e per informarsi ricorrono alle fonti tradizionali e al punto vendita classico, all’interno del quale vanno alla ricerca della relazione personale con gli addetti dello store. In fase di pre acquisto preferiscono vedere e toccare con mano i prodotti, dei quali apprezzano maggiormente la qualità rispetto al prezzo contenuto, pur essendo attratti dalla possibilità di acquistare online prodotti non disponibili presso i canali tradizionali.

Infine i Pragmatic (4,7 milioni) presentano diversi punti in comune con i Money Saver: sono razionali e pianificatori, composti da esponenti della Generazione X (56%), Millennials (24%) e Baby Boomers (21%), e ricorrono alla Rete come strumento in grado di garantire loro un considerevole risparmio in termini di tempo. Amano operare comparazioni di prezzo ma non sono particolarmente interessati a fornire e/o a consultare feedback sui prodotti e le aziende. In fase di acquisto, amano la celerità e acquistano online quando questo li agevola nel risparmio e nella possibilità di accedere al servizio in orari non percorribili attraverso i canali di vendita tradizionali. Per questa ragione i Pragmatic considerano particolarmente utili le piattaforme di e-commerce e, per ciò che riguarda gli shop online, prediligono quelli generalisti, in grado di garantire un ottimo rapporto efficienza/usabilità.

Fonte: digital4.biz