Google Search: su mobile sarà premiata la velocità delle pagine

BigG annuncia Speed Update: a partire da luglio tra i parametri di indicizzazione per il mobile sarà introdotta la velocità di caricamento della pagina

“Le persone vogliono trovare risposta alle loro domande il più in fretta possibile“: comincia con queste parole il blog post ufficiale con cui Google annuncia che a partire da luglio 2018 userà tra i parametri di indicizzazione per il mobile, come già avviene su desktop, la velocità di caricamento della pagina. In questo modo saranno privilegiate le pagine più veloci, che verranno quindi classificate più in alto nelle Serp.

Questo nuovo sistema che prende il nome di Speed ​​Update sarà applicato a tutte le pagine, indipendentemente dalla tecnologia con cui sono realizzate, e interesserà, secondo Google, una piccola percentuale di ricerche, penalizzando le piattaforme che impiegano un tempo eccessivo nel caricarsi. In ogni caso, anche le pagine più lente saranno ben indicizzate se risulteranno fortemente rilevanti per la ricerca.

Per consentire a sviluppatori ed editori di misurare e migliorare le performance del proprio sito, Google suggerisce l’impiego di strumenti già esistenti quali Chrome User Experience Report, LightHouse e PageSpeed Insights.

Con questa mossa BigG dà sempre maggior rilevanza alla velocità delle pagine per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti, come sta facendo anche su altri fronti, come, ad esempio, con l’introduzione dell’Ad blocker su Chrome o con il blocco della riproduzione automatica dei contenuti multimediali nelle pagine web: è del 2015 il lancio delle AMP  che a febbraio 2016 sono state evidenziate nei motori di ricerca mentre nell’aprile dello stesso anno hanno avuto una posizione di rilievo in Google News.

 

di Caterina Varpi

Fonte: www.engage.it/tecnologia/google-search-speed-update/

Google Chrome segnalera’ le pagine web non protette da Https da Luglio 2018

A partire da Luglio 2018, con la versione 68 di Chrome, il browser contrassegnerà tutti i siti HTTP come ‘non sicuri’ per portare gli sviluppatori in ritardo a passare alla crittografia HTTPS destinato a diventare il protocollo standard.

 

Negli ultimi anni, Google ha aggiornato il proprio browser Google Chrome introducendo piccole novità volte a spostare la navigazione verso un Web più sicuro, chiedendo ai proprietari di siti web di adottare la crittografia HTTPS per garantire trasferimenti riservati di dati e impedire intercettazioni dei contenuti. Nell’ultimo anno, in particolare, Google ha anche aiutato gli utenti a capire quali siti non sono sicuri, contrassegnando gradualmente un sottoinsieme più ampio di pagine HTTP come ‘non sicure’. Emily Schechter, Chrome Security Product Manager di Google, nel post intitolato ‘Un web sicuro è qui per rimanere’ pubblicato di recente sul blog della sicurezza di Google, ha annunciato che, a partire dal mese di Luglio 2018, con la versione 68 di Chrome, il browser contrassegnerà tutti i siti HTTP come ‘non sicuri’. E’ l’ultimo passo che Google va a compiere per convincere i proprietari di siti Web che ancora non lo hanno fatto a passare alla crittografia HTTPS.

Come cambia il trattamento delle pagine HTTP in Chrome 68 rispetto a Chrome 64

HTTPS e’ importante per la sicurezza sul web

Per chi ‘mastica’ poco di termini tecnici legati al web, HTTPS è l’HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer ed è un protocollo per la comunicazione sicura attraverso una rete di computer, il quale è sempre piu’ utilizzato su internet.

HTTPS consiste nella comunicazione tramite il protocollo HTTP all’interno di una connessione criptata dal Transport Layer Security (TLS) o Secure Sockets Layer (SSL) per garantire trasferimenti riservati di dati e impedire intercettazioni dei contenuti.

A rendere importante HTTPS sono l’autenticazione del sito web visitato, la garanzia di protezione della privacy e l’integrità dei dati scambiati tra le parti in comunicazione (utente e server del contenuto web).

Quando si naviga in un sio web con HTTPS in sicurezza, sulla sinistra dell’indirizzo web nella barra di navigazione compare un lucchetto di colore verde mentre è giallo se il sito non garantisce la sicurezza completa ed è grigio nel caso di navigazione in HTTP dove non c’è sicurezza. Se il browser segnala con il lucchetto rosso una pagina web, significa che la navigazione è non sicura o pericolosa e la pagina è stata o puo’ essere compromessa (non fidatevi delle pagine con lucchetto rosso).

Negli ultimi anni sempre piu’ sviluppatori Web hanno spostato i loro siti da HTTS su HTTPS contribuendo cosi’ a rendere il Web più sicuro per tutti.

I progressi del 2017 sono stati “incredibili” ha riferito Schechter, e proseguono da allora: oltre il 68% del traffico web in Chrome su Android e Windows e oltre il 78% del traffico in Chrome su Chrome OS e Mac è ora protetto da crittografia HTTPS, mentre 81 dei primi 100 siti sul Web utilizzano HTTPS per impostazione predefinita.

Chrome è stato messo a punto nelle ultime versioni per rendere il più semplice possibile la configurazione di HTTPS per gli sviluppatori Web ma anche ha introdotto una serie di strumenti attraverso i quali gli utenti possono sapere non solo se la pagina web aperta è protetta da HTTPS ma anche se tutti gli elementi caricati in essa lo sono.

Chrome include la verifica dei contenuti misti (quando una pagina contiene sia elementi Http che Https) per aiutare gli sviluppatori a migrare i loro siti su HTTPS nell’ultima versione di Node CLI di Lighthouse, uno strumento automatizzato per migliorare le pagine web che gli aiuta a trovare quali risorse un sito carica utilizzando HTTP e quali di queste sono pronte per essere aggiornate ad HTTPS semplicemente cambiando il riferimento “http://” in “https://”.

Https, cosa cambia da Luglio 2018 in Chrome

Quando Google rilascerà Chrome 68 nel mese di Luglio 2018, salvo ritardi nello svilppo che potrebbero posticiparne la distribuzione, la nuova interfaccia di Chrome consentirà agli utenti di sapere quando stanno navigando in un sito web HTTP etichettandolo come “non sicuro”.

“HTTPS è più semplice ed economico che mai e sblocca sia i miglioramenti delle prestazioni sia le nuove potenti funzionalità troppo sensibili per HTTP” ha scritto Schechter nel suo blogpost.

Ecco cosa cambierà: attualmente, Chrome fa risaltare i siti web che offrono HTTPS etichettandoli con la scritta ‘sicuro’ accanto al lucchetto verde, mentre con Chrome 68 ci sarà lo switch poichè la navigazione in HTTPS Google vuole che diventi lo standard di base e quindi eventualmente il browser si occuperà di contrassegnare con la scritta ‘non sicuro’ i siti ancora in HTTP, mentre nei siti con Https si vedrà solo il lucchetto di colore verde senza piu’ la scritta ‘sicuro’.

 

di Simone Ziggiotto

Fonte: pianetacellulare.it

Brand radio: quando la radio è aziendale e migliora l’esperienza di consumo

Cosa sono le brand radio e perché integrare nella propria strategia di comunicazione una radio aziendale con palinsesti e contenuti ad hoc.

Gli italiani amano ascoltare la radio, lo dicono i risultati dell’annuale Rapporto Censis sulla comunicazione e numerosi dati sulle radio italiane elaborati da vari soggetti del settore.

Non c’è da stupirsi, allora, che le aziende investano ancora, e in maniera cospicua, su questo canale. Tanto più che ci sono ricerche, come quella citata dall’inglese ‘Radiocentre’, secondo cui la pubblicità in radio è più efficace di quella in TV: solo due passaggi in più aumenterebbero del 6% le possibilità che un ascoltatore prenda in considerazione il brand e, tenuto conto della maggiore economicità delle tabelle radio rispetto a quelle televisive, l’efficacia della radio advertising ne risulterebbe migliorata di almeno il 25%.

BRAND RADIO: COSA SONO E PERCHÉ CONVENGONO ALLE AZIENDE

Non solo investimenti pubblicitari, però: sempre più brand decidono di integrare il canale radio all’interno della loro strategia di comunicazione corporate, usandolo cioè per rivolgersi tanto a target esterni quanto a target interni. Lo fanno attraverso le cosiddette brand radio o in store radio, cioè stazioni radio con una programmazione e un palinsesto pensati appositamente per l’azienda e il cui ascolto accompagna in genere l’incontro tra brand e consumatore. Come gli esperimenti di brand journalism, insomma, brand radio e in store radio rientrano nel solco di quegli owned media, meglio ancora dei vecchi house organ, e cioè di spazi media che il brand possiede, su cui ha un controllo totale e per cui può decidere autonomamente calendari, pubblicazioni, linee editoriali.

Dalla sua, la brand radio ha il vantaggio di «saper parlare a più pubblici», come spiega durante un’intervista ai nostri microfoni Stefano Chiarazzo di #SocialRadioLab. In altre parole? Una radio aziendale può essere efficacemente utilizzata tanto per una strategia di comunicazione interna, quanto per una comunicazione prettamente rivolta verso l’esterno e verso clienti e stakeholder. In quest’ultimo caso, la brand radio non è altro che un canale in più rispetto agli altri che l’azienda utilizzava già sia offline sia online. Si inserisce, cioè, all’interno di una strategia di comunicazione integrata e deve poterne rispettare gli obiettivi, di posizionamento e miglioramento dell’immagine della marca o di coinvolgimento dei clienti. Il vero vantaggio in questo è che «la radio è uno di quei media che possono essere ascoltati in qualsiasi situazione, in casa, in macchina, in viaggio, attraverso dei cellulari: è cioè un medium molto invasivo e per questo può aiutare nella fidelizzazione del cliente-ascoltatore», continua l’esperto.

QUALI SONO GLI ALTRI VANTAGGI CHE UN’AZIENDA PUÒ AVERE DALL’INTEGRARE UNA BRAND RADIO NELLA PROPRIA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE?

Innanzitutto, la radio è il mezzo che meglio si avvicina all’idea di multitasking dal momento che può essere solo ascoltata mentre si fa altro e senza che ci si debba fermare davanti a uno schermo: questo significa poter raggiungere il destinatario potenzialmente ovunque e in qualsiasi momento. Chi ascolta la radio si ritrova spesso a commentare programmi e contenuti con altri ascoltatori. Per questo motivo è indispensabile riuscire a creare palinsesti che si leghino quanto più possibile ai propri valori aziendali, alle iniziative che si stanno portando avanti e possibilmente con chiare call to action per i propri target, interni o esterni che siano.

FARE BRAND RADIO: QUANDO CONVIENE? ALCUNE BUONE PRATICHE ITALIANE

UNA BRAND RADIO È SEMPRE SOSTENIBILE PER UN’AZIENDA?

Gestire una brand radio richiede uno sforzo enorme, proprio perché – cosa che avviene con qualsiasi tipo di radio – c’è bisogno di una costante produzione di contenuti. Per questo si dovrebbe iniziare a fare brand radio solo quando si è sicuri di avere a disposizione anche strumenti di marketing che aiutino, banalmente, a far conoscere l’esistenza della radio, che si possa comunicare cioè che esiste un palinsesto o come è possibile ascoltare la radio (è una web radio? Esiste un app? La si può ascoltare sul sito? O solo all’interno degli uffici?). Insomma è giusto avere un budget di marketing che si integri con quello di contenuto e che permetta di inserire la propria brand radio all’interno di una strategia integrata, anche nel passaggio dall’offline all’online.

Non stupisce, così, che a essersi provati in esperimenti di radio aziendali siano stati in Italia soprattutto grandi brand. «Un piccolo brand fa molta fatica a garantire 24 ore di programmazione, soprattutto se non ha spazi fisici di contatto con i clienti», spiega ai nostri microfoni Tiziano Bonini, ricercatore in Media Studies e autore tra gli altri di “La radio in Italia. Storia, mercati, formati, pubblici, tecnologie”. «Si fa fatica, infatti, a pensare a una brand radio che possa essere ascoltata solo online (sarebbe più difficile in questo caso attrarre ascoltatori, dato che esistono oggi tantissime web radio, di genere diverso e che veicolano contenuti diversi e il consumatore è messo davanti a una vasta scelta, ndr) e funziona certo molto di più l’idea di una brand radio da distribuire nello spazio di un negozio brandizzato: potrebbe essere un modo, per esempio, di impiegare i 30 secondi di attesa al bancomat facendo passare un messaggio aziendale».

DALLE BEST PRACTICE AGLI ERRORI DI TARGETING: COSA INSEGNANO LE ESPERIENZE DELLE BRAND RADIO ITALIANE

Non a caso alcuni dei migliori esempi di brand radio italiane vengono proprio dal mondo delle banche e da quello dei trasporti: in banca come quando si aspettano i mezzi pubblici l’elemento attesa è imprescindibile e in qualche misura caratterizza la stessa occasione d’uso. Ferrovie dello Stato, per esempio, dal 2008 manda in onda FSNews Radio, ispirandosi tra l’altro all’esperimento francese di SNCF La Radio (la brand radio della compagnia di trasporti pubblici francese, ndr): nel suo palinsesto non ci sono solo aggiornamenti continui sul traffico ferroviario ma ci sono anche un GR ogni venti minuti in collaborazione con l’agenzia Ansa e una serie di programmi di intrattenimento con interviste, ospitate famose, ecc. e, soprattutto, oltre a essere ascoltabile in diffusione nelle principali stazioni italiane e online, è ormai completamente fruibile anche tramite un’app dedicata. Nel panorama italiano di brand radio, però, non mancano neanche le radio «di prodotto» – così le definisce Stefano Chiarazzo – come Radio Crik Crok, legata all’omonima marca di patine in sacchetto, che si può ascoltare online ma anche in FM in alcune zone del Lazio e che ha una programmazione piuttosto targetizzata, rivolta a una fascia di ascoltatori molto giovani e a chi ama la musica dance, con una serie di dj anche ben conosciuti nel campo che collaborano con la radio.

I due esempi di FSNews Radio e Radio Crik Crok mostrano chiaramente l’importanza di strutturare un palinsesto che sia quanto più possibile tarato su gusti, interessi, bisogni del proprio target di riferimento. È facile, insomma, capire perché «non esiste un palinsesto ideale per una brand radio», come ribadisce Tiziano Bonini, «ma esiste il palinsesto giusto per il tipo di brand e il tipo di utente. Le radio dei supermercati, per esempio, fanno spesso l’errore di trasmettere musica mainstream perché “è più o meno quella che piace a tutti” o perché pensano che a fare la spesa ci sia un pubblico variegato e, invece, se solo ragionassero più per fasce orarie, riuscirebbero ad arrivare meglio con palinsesti diversi per consumatori diversi. Se la mattina ci sono a fare la spesa più anziani rispetto alla sera, quando ci sono invece solo lavoratori single comprano qualcosa per cena dopo essere usciti dall’ufficio, perché anche la musica non dovrebbe essere diversa alle diverse ore del giorno? Il palinsesto ideale, insomma, è quello costruito sulla base di una conoscenza, una vera e propria profilazione dei flussi di utenti, che passano dal proprio store, o dei propri target di riferimento se si è un brand a cui manca la dimensione di in store».

USARE LE RADIO AZIENDALI PER UNA COMUNICAZIONE INTERNA D’APPEAL

Considerare una pluralità di target non è sbagliato quando si fa rifermento alle brand radio che, del resto, oltre che per una comunicazione verso l’esterno possono essere utilizzate anche, come si accennava, come forma di comunicazione interna decisamente più d’appeal rispetto a circolari, Intranet, chat multiple.

Tra i grandi brand che hanno già usato le radio aziendali per questo scopo c’è, per esempio, Enel: Enel.Radio va in onda dal 2009, è fruibile dai dipendenti dell’azienda sia in Italia che all’estero e sia in Rete che nelle aree comuni come auditorium, mense, ecc. e ha un palinsesto molto articolato che conta, per esempio, come nella più classica tradizione radiofonica, di un morning show (Buongiorno Enel, ndr) che fa da contenitore per la rassegna stampa, le ospitate, il meteo, le interviste, ecc. Uno dei casi più studiati di brand radio utilizzati come strumento di comunicazione interna, però, è quello Radio Intesa San Paolo, dell’omonimo gruppo bancario: fin dalle sue prime trasmissioni, nel 2007, ha una programmazione mirata specificatamente a migliorare l’ambiente di lavoro, favorire i momenti di convivialità tra chi lavorava nella stessa filiale e, più in generale, a far in modo che si raggiunga una maggiore condivisione dei valori aziendali.

QUANDO UNA BRAND RADIO È DAVVERO UTILE PER LA COMUNICAZIONE AZIENDALE?

Una brand radio funziona sui grandi numeri, per le aziende con tanti impiegati e in questo funziona perché permette di comunicare velocemente una linea aziendale. Può essere funzionale, però, anche nel caso delle grandi multinazionali o aziende con molti sedi. A patto di porsi domande come: quando fare ascoltare la radio aziendale? Trasmettere la brand radio in sottofondo mentre le persone stanno lavorando, infatti, può essere fastidioso. Lo si può fare in alcuni momenti, forse, o si devono trovare altri spazi. La progettazione di una radio aziendale, insomma, può essere anche molto complicata.

COSÌ LE RADIO IN STORE MIGLIORANO L’ESPERIENZA D’ACQUISTO

I benefici sull’ambiente di lavoro della radio aziendale vanno dedotti, un po’ come si deve procedere per deduzioni quando si tenta di rispondere alla domanda se la musica in store fa vendere di più o se, sempre a proposito di radio, una programmazione ideata ad hoc per il proprio esercizio commerciale possa aumentare il tempo che il cliente medio passa al suo interno. Come si accennava, infatti, le in store radio hanno programmazioni e palinsesti appositamente pensati per essere fruiti all’interno di un negozio di prossimità o di catena, un centro commerciale, un punto vendita della GDO (si pensi a Penny FM, la radio di Penny Market, o alla radio di Esselunga, ndr). Nella maggior parte dei casi le in store radio nascono da «partnership con grandi network radio che, pagando una piccola fee, permettono di avere creata una radio ad hoc per il proprio negozio», ci spiegano ancora da #SocialRadioLab. A cosa servono, però, davvero le in store radio?

  • Incidono innanzitutto sul riconoscimento e l’immagine del brand, dal momento che quando si entra in un centro commerciale e si sente un certo tipo di musica piuttosto che un’altra ci si può fare subito un’idea del target principale del posto.
  • Aiutano a legare un certo tipo di contenuti all’immagine della propria marca e, quindi, a veicolarla. Paradigmatici sono in questo senso i jingle: servono ad attirare l’attenzione su un contenuto che sta per arrivare e, possibilmente, a fare in modo che il proprio marchio si fissi nella memoria dell’ascoltatore, cosa che potrebbe essere rilevante, poi, nel momento della scelta.
  • Fidelizzano il consumatore, specie se si considera che la maggior parte delle radio aziendali esiste ormai in forma di app che possono essere scaricate e ascoltate in qualsiasi momento, anche al di fuori dello store, prolungando quasi l’esperienza d’acquisto o comunque il contatto con il brand.
  • A un livello zero, possono servire a veicolare informazioni commerciali su offerte speciali, contest a cui partecipare, ecc., in un luogo privilegiato, quello in cui avviene direttamente l’acquisto, e dove è più facile che si abbia un maggiore tasso di risposta alla call to action.
  • Soprattutto per i negozi in franchising aiutano da un lato a rendere omogenea la comunicazione, dall’altro rendono unica e sempre uguale a se stessa l’esperienza d’acquisto. Se si ha subito la percezione di essere all’interno di una Coop o di un McDonald’s, insomma, oltre che per il design del punto vendita e per l’atteggiamento dello staff potrebbe essere anche grazie alla diffusione della radio aziendale.
  • Come si accennava, infine, una radio in store potrebbe incidere sull’umore, sia dei dipendenti sia dei clienti o potenziali tali. Nel secondo caso, essere di buon umore potrebbe aumentare la predisposizione all’acquisto o anche solo il tempo passato all’interno dell’attività commerciale. «Non ci sono ricerche che lo provano – ribadisce, però, Tiziano Bonini nell’intervista ai nostri microfoni – ma solo delle ricerche empiriche con questionari rivolti a un campione di persone in uscita dai centri commerciali: in quell’occasione c’è stato un riscontro positivo da parte dei clienti. Le in store radio cioè potrebbero funzionare nel caratterizzare il momento del consumo, che è come dire che quando la musica si lega all’identità del luogo ne viene fuori un tipo di consumo piacevole, in un contesto piacevole. Anche dal punto di vista degli acquisti, insomma, funziona meglio uno store in cui il contesto sonoro è riempito da una musica, un palinsesto curato e brandizzato rispetto a uno spazio in cui è trasmessa una musica qualunque o una radio qualunque».

di Virginia Dara

Fonte: insidemarketing.it

The Digital Adv offre servizi per le Radio in Store. Per saperne di più clicca qui!

Voucher Digitalizzazione, 10.000 euro per modernizzare l’azienda. Chi può richiederlo e come

Il Ministero per lo Sviluppo Economico pubblica il bando per contribuire al miglioramento dell’efficenza aziendale e all’acquisto o sviluppo di soluzioni e commerce. La misura prevede un contributo del 50% con un tetto massimo di 10.000 euro. Ma c’è poco tempo per pubblicare la domanda.

Voucher Digitalizzazione è una nuova misura introdotta dal Ministero per lo Sviluppo Economico per incentivare l’ammodernamento delle micro, piccole e medie imprese. La misura consiste in un contributo che servirà a coprire il 50% (nella migliore delle ipotesi, dopo vedremo perché) del totale delle spese ammissibile. Il valore totale del voucher non potrà comunque superare il tetto di 10.000 euro.

Chi può beneficiarne e come si partecipa

A poterne beneficiare sono praticamente tutte le imprese del territorio italiano. Per partecipare sarà però necessaria la Carta nazionale dei servizi e una casella di posta certificata registrata presso la Camera di Commercio. Quest’ultima, la cosiddetta PEC, è ormai obbligatoria da tempo per tutte le imprese, quindi dovrebbe essere scontata.

Per presentare la domanda, premessi questi due requisiti, si può accedere dalle 10.00 del 30 Gennaio alle 17 del 9 Febbraio 2018. Ci sarà però la possibilità di compilare la domanda con tutta calma. La sezione apposita del sito è già aperta dal 15 Gennaio e permetterà a chiunque di compilarla con tutta calma. Non esiste infatti, è ben specificato sul sito ufficiale dell’iniziativa, un ordine cronologico nell’attribuzione del contributo.

100 milioni basteranno? Suggerimento: no

L’ammontare delle risorse disponibili per erogare i contributi è di 100 milioni di Euro. Una cifra considerevole che tuttavia rischia di essere poca cosa se a partecipare saranno anche solo la metà delle imprese attive in Italia. Senza voler essere pessimisti, se un’impresa su due dovesse presentare la domanda, del totale dei contributi messi a disposizione rimarrebbero circa 50€ a testa (secondo l’Istat, le imprese attive sul territorio italiano nel 2015 erano circa 4,3 milioni).

In ogni caso, chiunque volesse partecipare per migliorare l’efficienza della propria azienda tramite l’implementazione di soluzioni software o hardware, sviluppare un e-commerce, aggiornare la propria connessione a banda larga o qualificare il proprio reparto o i propri addetti all’informatica, può tentare la sorte. Il Ministero ha fatto sapere che procederà infatti al riparto delle risorse in proporzione al fabbisogno. Provare non costa nulla, a patto di essere già in regola, ma si tratta di poca cosa, con i requisiti tecnici.

 

di Franco Aquini

Fonte: dday.it

Colori nel marketing: come scegliere quelli giusti per la propria strategia

I colori condizionano la percezione di prodotti, marchi e pubblicità. Ecco alcuni esempi e ricerche che testimoniano l’importanza dei colori nel marketing.

I colori nel marketing hanno grande importanza: essi infatti incidono sulla percezione che i consumatori hanno del brand e giocano un ruolo chiave nelle strategie di branding. Si pensi, per esempio, agli effetti su brand recall e brand recognition: è possibile identificare un marchio grazie all’associazione con il colore del logo o del prodotto e in alcuni casi è proprio il colore a costituire l’elemento distintivo del brand, potendo diventare addirittura un marchio registrato (marchio di colore), come blu Tiffany.

Ci sono tuttavia molte imprecisioni e generalizzazioni sull’effetto che i singoli colori hanno sugli individui, cosa su cui in realtà possono influire paese, cultura e religione. Secondo l’ipotesi della relatività linguistica, nota come Ipotesi di Sapir-Whorf, la percezione che le persone hanno del mondo è condizionata anche dalla lingua utilizzata per comunicare; quindi, anche il modo in cui una lingua “categorizza” i diversi colori va a condizionare la percezione che i parlanti hanno di essi. Per fare un esempio, nella lingua shona, lingua bantu dell’Africa meridionale, non esiste un termine diverso per indicare il colore rosso e quello arancione.

La preferenza per i colori, poi, cambia anche in base all’età, al genere e anche al clima: alcuni studi condotti dallo psicologo E.R. Jaensch evidenziano come le persone che vivono in zone dal clima tropicale e con temperature più alte tendono a preferire colori vivi e caldi, come il rosso o il giallo, mentre quelle che abitano in paesi più freddi preferiscono colori freddi come il blu. Anche esperienza personale e cultura, comunque, condizionano la percezione dei colori. Nella cultura cinese, per esempio, il bianco è associato al lutto, mentre nella cultura occidentale alla purezza e all’innocenza. Al contrario, solitamente nei paesi occidentali il nero rappresenta il lutto oppure, con un connotazione diversa, viene associato a lusso e eleganza. La religione, così come questi altri fattori, può incidere sulle preferenze degli individui: per quella islamica, per esempio, il verde ha importanti significati e per questo motivo deve essere utilizzato con maggiore cautela in determinati contesti.

Nonostante, comunque, entrino in gioco anche fattori soggettivi, per l’utilizzo dei colori nel marketing è possibile seguire delle linee guida per riuscire a catturare quella fetta di consumatori che rappresenta il target dell’azienda, chiaramente dopo aver analizzato dati come genere, età, religione, cultura. È importante, inoltre, che i brand abbiano un approccio personalizzato e si servano di A/B test per comprendere le preferenze dei propri clienti. La scelta dei colori è fondamentale perché può portare al miglioramento della user experience e all’aumento delle conversioni, oltre a condizionare la percezione che i clienti hanno del marchio.

COLORI NEL MARKETING: CONTESTO E PERSONALITÀ DEL MARCHIO

In uno studio pubblicato sul Journal of Management Decision, Satyendra Sing ha spiegato che «un uso adeguato dei colori può contribuire non solo alla differenziazione dei prodotti rispetto ai competitor ma anche ad influenzare lo stato d’animo e le emozioni – positive o negative – e, di conseguenza, l’atteggiamento nei confronti di certi prodotti». Se tutti i brand di una determinata categoria hanno un logo di colore blu, avere un logo di colore rosso potrebbe risultare un elemento distintivo per un marchio competitor.

Altri studi hanno rivelato come le associazioni “universali” o generali relative a diversi colori cambino quando i singoli colori vengono presentati in contesti specifici. In “Colors in Marketing: A Study of Color Associations and Context (in) Dependence”, Amsteus e collaboratori hanno sottolineato che «i manager dovrebbero considerare i significati attribuiti ai colori all’interno di contesti specifici più che limitarsi ad analizzare soltanto le associazioni generali collegate ai diversi colori». Nell’articolo gli autori hanno spiegato e dimostrato come le associazioni che i consumatori fanno con il colore blu e con il colore nero variano a seconda del contesto in cui i colori vengono presentati: per esempio, l’associazione che gli individui appartenenti a una cultura occidentale fanno normalmente con il colore blu (tristezza o tranquilità) può variare se viene usato per la confezione di un dentifricio.

Un esempio di come il colore può contribuire ad aumentare le conversioni è quello di una call-to-action presentata in un colore specifico, in seguito a un A/B test tra due diverse versioni del messaggio e al passaggio dal verde al rosso (in particolare sembra ci sia stato un aumento di conversioni del 21%). Il segreto sarebbe, dunque, la scelta del rosso? Secondo Gregory Ciotti no. Se il layout del sito è in maniera predominante verde, infatti, la scelta di un pulsante con un colore diverso creerebbe un contrasto tra colori, facendo risaltare l’unico colore diverso degli altri.

Quando si utilizzano i colori nel marketing, poi, bisogna tener presente la brand personality: diverse sono infatti le ricerche che hanno fatto luce sul rapporto tra colori e personalità del brand, intesa come «l’insieme di tratti umani che possono essere collegati ad un brand», seguendo la definizione di J.L. Aaker in “Dimensions of brand personality“ all’interno del Journal of Marketing Reaserch. Caratteristiche come sincerità, sofisticatezza o semplicità possono essere collegate a determinati colori ed è importante che quelli che caratterizzano il brand siano coerenti alla percezione che i consumatori hanno della brand personality.

Infine, i colori devono essere considerati anche in associazione con altri, poiché quando vengono messi insieme possono acquisire significati o sfumature diverse.

IMPATTO DEL COLORE SULLA PERCEZIONE DEL PRODOTTO

Il colore del packaging o del prodotto può condizionare la percezione che i consumatori hanno del prezzo e della qualità, come ha spiegato Satyendra Singh in “Impact of color on marketing” portando l’esempio di una zuppa che viene venduta in lattine di colore dorato e per questo è ritenuta di qualità superiore.

Inoltre, anche il grado di saturazione del colore può influire sulla valutazione del prodotto e del messaggio presentato: colori più accesi o luminosi tendono a catturare di più l’attenzione visiva, ecco perché la call-to-action dovrebbe presentare un colore ad alto grado di saturazione.

Hagtvedt e Brasel hanno condotto diversi esperimenti per testare l’impatto della saturazione del colore sulla percezione della grandezza degli oggetti. In uno di questi si chiedeva ai partecipanti di indovinare la grandezza di due oggetti simili, presentati contemporaneamente ma con differenti gradi di saturazione del medesimo colore. Più del 65% dei soggetti ha sostenuto che l’oggetto con maggior grado di saturazione fosse quello più grande, ma in realtà gli oggetti erano uguali. Alcuni studiosi ritengono che quest’illusione percettiva sia determinata dal fatto che colori più saturi riescono ad attirare maggiormente l’attenzione poiché causano una maggior attivazione fisiologica, come spiegato da Patricia Valdez e Albert Mehrabian in “Effects of Color on Emotions“.

La saturazione del colore condiziona la percezione della misura del prodotto. Fonte: Hagtvedt e Brasel, Color Saturation Increases Perceived Product Size, 2017, Journal of Consumer Research.In un altro interessante esperimento condotto da Hagtvedt e Brasel è stato chiesto ai partecipanti di versare caramelle gommose in una tazza. Il risultato? Gli individui hanno versato molte più caramelle nelle tazze che presentavano maggiore saturazione, proprio perché questa caratteristica dava la percezione che si trattasse di un oggetto più grande e che quindi potesse essere riempito di più.

Secondo alcuni autori i colori possono contribuire anche a migliorare lo stato d’animo, trasmettere serenità e cambiare la percezione del passaggio del tempo. Singh, ad esempio, ha spiegato che sembra che il «tempo passi più lentamente e che gli oggetti sembrino maggiori e più pesanti sotto una luce rossa». Il contrario avviene nel caso di ambienti con luce blu. Il professore dell’University di Winnipeg, in Canada, ha fatto l’esempio dei casinò, che sfruttando questo principio spesso utilizzano l’illuminazione rossa per aumentare l’entusiasmo dei propri clienti evitando che essi possano pensare che stanno «sprecando tempo nel casinò». Questo principio può essere applicato anche al design e all’allestimento dei punti vendita, i cui colori devono essere adeguati al tipo di target, alle loro motivazioni e ai loro interessi.

COLORI NEL MARKETING: OSSERVAZIONI PER UNA STRATEGIA AD HOC

Nella pianificazione e nella realizzazione di una strategia di marketing occorre tener presente anche quali sono i colori che vengono associati al genere maschile e al genere femminile nei diversi paesi. In Italia (e in tanti altri stati) il colore associato alle donne è in genere il rosa, mentre in Belgio lo stesso colore era utilizzato per vestire i bambini (e non le bambine). In Cina il blu, associato in Italia agli uomini, è ritenuto un colore femminile.

Loghi dei fast-food più celebri.

Tanti sono i brand che adeguano i colori del proprio punto vendita, del sito e addirittura del logo in base al paese. I marchi di fast-food in genere utilizzano come colore predominante il rosso; in paesi come l’Italia, in cui sembra ci sia maggiore attenzione al consumo di alimenti salutari, McDonald’s utilizza sul proprio sito principalmente il colore verde, associato in genere all’agricoltura biologica e all’ecosostenibilità. Questa variazione ha lo scopo di aumentare l’accettabilità del marchio in Italia.

Il sito di McDonald’s in Italia e negli Stati Uniti.

Aelee Lee ha creato una piccola guida sui principali significati attribuiti ai colori nel mondo che può essere un punto di partenza per analizzare significati e sfumature e costruire, così, la propria strategia tenendo in considerazione l’importanza dei colori nel marketing.

di Raquel Baptista
Fonte: Inside Marketing

Come misurare le conversioni del proprio sito con Google Analytics

Quali le azioni di valore misurabili in funzione degli obiettivi aziendali? Ecco come monitorare le conversioni con Google Analytics

La digital analytics è un aspetto fondamentale per qualsiasi business online per tantissimi motivi; quello principale riguarda la possibilità di prendere decisioni che siano “smart” e ponderate sulla base dello storico dei dati. Secondo Google, circa il 90% dei siti web mondiali ha installato Google Analytics come software di misurazione, ma sorprendentemente solo il 30% effettua il login per valutarne i dati. Si può supporre, poi, che la maggior parte dei siti appartenenti a questa piccola fetta si limiti a visualizzare una “massa” sconclusionata di numeri che, di fatto, non “racconta” nulla sull’andamento del sito e questo ci porta a constatare quanto in effetti i dati vengano utilizzati ancora poco per prendere decisioni strategiche, quando in realtà bisognerebbe comprendere l’importanza della digital analysis.

Come si può immaginare, pur essendo un software freemium, la gran parte delle funzionalità della versione completamente free di Google Analytics permette un’analisi dettagliata di diversi aspetti funzionali alla comprensione dell’andamento delle performance e cioè

  • modalità di acquisizione degli utenti;
  • comportamento degli utenti sul sito;
  • monitoraggio di obiettivi (e conversioni).

Ciascuna delle tre macroaree presenta rapporti estremamente dettagliati che aiutano a capire se si sta andando nella direzione giusta (in base agli obiettivi prefissati), ma paradossalmente la fase che viene maggiormente trascurata è quella relativa al monitoraggio di conversioni e obiettivi. Il motivo principale risiede nella mancata traduzione degli obiettivi aziendali in azioni misurabili sul sito web (o sull’app mobile) attraverso il tool.

Prima di procedere con l’analisi delle impostazioni della piattaforma è doveroso fare una breve distinzione tra micro e macro conversioni: una conversione è un’azione che si desidera gli utenti effettuino su un sito web (o una app mobile) in quanto porta valore (effettivo o potenziale) al business. Quando l’azione è effettiva si parla di macro-conversione, quando è potenziale si parla di micro-conversione.

Alcuni esempi pratici possono chiarire senza dubbio le idee. Supponiamo di dover definire le micro-conversioni di un eCommerce di t-shirt e cappelli personalizzabili; in questo caso le macro-conversioni che gli utenti possono compiere sono:

  • acquistare uno o più cappelli e/o felpe.

Possono però verificarsi delle azioni che di fatto non hanno valore nell’immediato, ma che possono trasformarsi nel breve o nel lungo periodo in macro-conversioni. Si pensi ad esempio a

  • richieste di preventivo di quantitativi più elevati;
  • iscrizioni alla newsletter per aderire a speciali sconti e offerte.

Ovviamente si tratta soltanto di un caso esemplificativo, tipico comunque di un contesto B2C con implementazione di piattaforma eCommerce.

Nel caso di un B2B, infatti, possono essere considerate a tutti gli effetti macro-conversioni azioni quali

  • richiesta di preventivo;
  • richiesta di demo (in caso ad esempio di software);
  • telefonate.

Le microconversioni, invece, potrebbero essere:

  • visualizzazioni di pagine specifiche di prodotto/servizio (come ad esempio landing page riassuntive di tutte le specifiche);
  • visualizzazioni di demo video.

GOOGLE ANALYTICS: COME FUNZIONA?

Dopo questi esempi chiarificatori è possibile procedere con l’analisi degli aspetti tecnici riguardanti la piattaforma Google Analytics.
All’interno del menù laterale, da cui è possibile accedere ai vari rapporti, è presente una sezione specifica in cui viene operata una distinzione tra “obiettivi” e “eCommerce”.

  • Obiettivi


Google AnalyticsPer “obiettivi” Google Analytics intende tutte le azioni significative che si intende monitorare all’interno del sito (o dell’app mobile). Gli obiettivi vengono suddivisi in

  • destinazione (ad esempio la thank you page dopo la compilazione di un form);
  • durata (permette di monitorare le visite che durano almeno alcuni secondi);
  • coinvolgimento (permette di misurare tutte le sessioni che presentano un certo numero di pagine visitate);
  • eventi (ad esempio il click su un tasto di avvio per riprodurre un video presente sul sito oppure un link che rimanda ad un sito esterno).

Per settare queste azioni è necessario accedere dal pannello di amministratore dell’account Google Analytics ed impostare gli obiettivi sopraelencati. Alcuni di queste impostazioni richiedono una conoscenza non avanzata del tool, ad eccezione degli eventi monitorabili con l’aiuto dello sviluppatore del sito o dell’app oppure con l’utilizzo di Google Tag Manager, tool molto interessante che permette ad ogni marketer di settare qualsiasi tipo di codice di tracking in completa autonomia.

2. eCommerce

Attraverso l’implementazione del monitoraggio eCommerce (qualora il sito web o l’app in questione avesse questo tipo di feature) è possibile monitorare il rendimento delle vendite e non solo. Nello specifico la sezione eCommerce di Google Analytics presenta diversi rapporti, alcuni dei quali estremamente dettagliati:

Il monitoraggio dell’eCommerce su Google Analytics prevede, tra l’altro, un’implementazione base e una avanzata che permette di monitorare il comportamento d’acquisto degli utenti del sito dalla fase di visualizzazione delle schede prodotto fino a quella del completamento della transazione:

Anche in questo caso, il monitoraggio eCommerce prevede comunque l’aiuto di uno sviluppatore o l’utilizzo (per utenti esperti) di Google Tag Manager.

Come abbiamo avuto modo di valutare attraverso questa breve panoramica sull’utilizzo e l’implementazione degli obiettivi su Google Analytics, la necessità di una definizione in fase strategica deve essere necessariamente accompagnata da un’implementazione all’interno della piattaforma. Aspetto, quest’ultimo, che a quanto pare ancora in troppi trascurano.

di Francesco Setaro
Fonte: insidemarketing.it

8 tattiche per far crescere la tua attività su Facebook

Hai un’impresa locale? Impara le tattiche che ti aiuteranno a sfruttare meglio Facebook

La gestione di una pagina Facebook per un’attività a livello locale è ben diversa da quella per un noto brand o azienda internazionale. Spesso è molto più difficile sviluppare strategie di social media marketing che portino risultati concreti alle piccole imprese. E’ facile scoraggiarsi, rimanendo delusi da questo strumento.

Ecco un elenco di 8 utili suggerimenti che vi aiuteranno a trasformare la vostra pagina in una reale risorsa per il vostro business.

Verificate la pagina della vostra impresa locale

Vedete quella spunta grigia a fianco del nome della pagina? Se non avete questo simbolo, è ora di ottenerlo per aumentare la vostra credibilità. Gli utenti avranno la certezza di ricevere le informazioni riguardanti la vostra attività da un canale ufficiale e non da terzi.

Vi aiuterà ad ottenere maggior visibilità nel momento in cui i vostri potenziali clienti vi cercheranno su Facebook. Sicuramente avere la spunta conferisce referenza del fatto che la vostra sia la pagina ufficiale per quel determinato marchio, prodotto o servizio.

Attivate le recensioni

All’interno della pagina è possibile abilitare la tab ‘recensioni’. Vi consigliamo di farlo e iniziare a collezionare opinioni positive da parte degli utenti. Queste saranno un’ottima referenza. Le persone che atterreranno sulla vostra pagina vedranno recensioni di altri utenti e le percepiranno vere e quindi degne di fiducia. Ma come fare all’inizio, quando bisogna partire da zero?

Ecco due tattiche:

  • Prendete lo screenshot di recensioni da altri canali, come Google o Tripadvisor. Oppure usate una mail di un cliente soddisfatto, chiedendo prima il permesso di poterla postare. Pubblicatela, anche con un semplice ‘Grazie’ e invitate gli altri utenti a lasciare la propria valutazione.
  • Chiedete direttamente ai clienti soddisfatti con cui venite in contatto nella vostra attività locale, di lasciarvi una recensione sulla pagina.
    Potete anche decidere di dare un incentivo alle persone che lasceranno la loro opinione, un piccolo gadget o un altro tipo di ricompensa.

Create eventi

Siete un locale e organizzate un aperitivo con musica live oppure il vostro negozio organizza una giornata promozionale con sconti extra?
Potete creare un evento su Facebook attraverso una vera e propria pagina dedicata, dove andrete ad inserire la cover e tutte le informazioni utili. Le persone si potranno registrare come partecipanti o interessate e vedranno i vostri aggiornamenti in vista dell’evento.
Sicuramente è un buon modo per farvi vedere attivi e creare buzz intorno alla vostra attività. Anche se non raccoglierete tantissime persone che parteciperanno personalmente, avrete comunque dato visibilità alla vostra pagina.

Qualche consiglio:

  • indicate l’indirizzo completo e la mappa in modo tale che per le persone sia facile capire come raggiungervi.
  • Invitate vostri amici o una lista di vostri clienti a seguire l’evento
  • Condividete l’evento creato e promuovetelo attraverso le inserzioni a pagamento.

Utilizzate i gruppi

I gruppi su Facebook possono avere davvero parecchi vantaggi. Vediamo quali per capire perché utilizzarli potrebbe essere una tattica utile.
Nei gruppi è possibile vendere i prodotti, venire in contatto con altre persone interessate alle stesse discussioni, creare una community e fare networking, nonché servire un ottimo servizio di ascolto e risposta ai clienti.

Ci sono tre tipi di gruppo, che potete scegliere sulla base del vostro obiettivo:

  • pubblico: aperto a chiunque voglia farne parte, previa richiesta di iscrizione o invito; tutti possono vedere tutto.
  • chiuso: chiunque può chiedere di entrare a farne parte; tutti possono vedere il gruppo e chi ne fa parte; solo i membri possono vedere i post.
  • segreto: solo chi viene invitato può visualizzare ed entrare a far parte del gruppo; solo i membri possono vedere i gruppi e vedere i post.

Uno strumento di questo tipo vi può aiutare ad essere molto focalizzati e a dare un servizio in più alla vostra clientela. Ad esempio un negozio che vende prodotti di informativa potrebbe aprire un gruppo sui laptop e l’assistenza al prodotto rispondendo alle domande e risposte, presentando le differenze tra i vari modelli, etc… Un’estetista potrebbe invece pensare ad un gruppo focalizzato sui problemi legati alla pulizia del viso. Gli esempi potrebbero essere numerosissimi.

Condividete contenuti a livello locale

Raccontate avvenimenti legati al vostro territorio. Le persone che comprano i vostri prodotti o frequentano la vostra attività locale, sono orgogliose delle proprie origini, saranno incuriosite dal vedere condivisi contenuti legati alla propria comunità e ai posti in cui vivono.
Ad esempio se siete un negozio che vende prodotti di cucina potreste condividere gli eventi, i festival, le iniziative legate al cibo del vostro territorio!

Non dimenticatevi i tag

Quando scrivete i vostri post, ricordatevi sempre di menzionare attraverso i tag altre pagine, eventi, persone, che possano avere un audience che abbia interessi simili al vostro.
Questo aumenterà le possibilità di generare traffico verso la vostra pagina!

Mirate alle conversioni

La difficoltà sta proprio nel portare i vostri followers a visitare il vostro negozio fisico. Spesso infatti sentiamo dire: sì, ho la pagina Facebook, ma non mi porta niente!

Lo sappiamo non è facile, e tutte le attività richiedono risorse in termini di tempo e di investimento, ma provate ad applicarvi con costanza su questi suggerimenti:

  • Create dei contest incentrati sui prodotti più popolari ed usati.
  • Organizzate eventi che possano essere interessanti per la vostra audience.
  • Inserite anche in Facebook i vostri prodotti all’interno della tab ‘vetrina’ per dargli visibilità.
  • Create delle offerte attraverso la tab specifica, con coupon, sconti oppure incentivate gli utenti a recarsi presso il vostro negozio con dei gadget da ritirare.

Promuovete la pagina con attività di comunicazione integrata

E cosa si intende per comunicazione integrata? Quel mix di strumenti di comunicazione e iniziative che vi possono aiutare a dare visibilità alla pagina Facebook, anche al di fuori del canale.
Ad esempio, avete un biglietto da visita? Inserite un rimando a Facebook. Aggiungete il link alla vostra pagina nella firma delle vostre mail, nel footer della vostra newsletter, all’interno di banner promozionali o sulle borse che date ai clienti.
Tante potrebbero essere le idee per dare visibilità alla vostra pagina e ricordare agli utenti che anche voi avete qualcosa da dire sui social!

di Michela Fenili
Fonte: ninjamarketing.it

 

12 trend per il 2018 che ogni consulente digital dovrebbe tenere d’occhio

Come creare una strategia di digital marketing di successo per il nuovo anno
Aggiungi ai preferiti Leggi dopo

Parlare di digital trend del 2018 nei giorni che precedono il 2018 è quanto di più banale si possa fare. E allora, perché lo stiamo facendo? Perché quello che leggerai in questo articolo, influenzerà te e tutta la tua strategia di digital marketing nei prossimi mesi. Quali sono i digital trend che dobbiamo aspettarci il prossimo anno?

L’uso dell’intelligenza artificiale (Ai)

Il 57% dei marketer usa già l’intelligenza artificiale, con ottimi riscontri di marketing, e anche a te sarà capitato in più occasioni di conversarci, negli ultimi mesi, sia attraverso gli annunci che sui social media. Grazie ai chatbot e a nuove interfacce, l’Ai entrerà prepotentemente nel mondo della customer experience, e continuerà a svilupparsi, non solo nel 2018, ma anche nei successivi anni, puntando a un’esperienza sempre più efficiente e personalizzata.
Aspettiamoci, dunque, più automazione, ma anche una iper-personalizzazione dei contenuti.

I video

No, non ne abbiamo ancora abbastanza. I contenuti video sono già molto diffusi, e continueranno a essere presenti online. Sono i più apprezzati non solo dai marketer, ma anche dagli utenti, che, come riportato da Live stream, preferiscono video di qualità, live, e li prediligono ai testi scritti, mentre secondo Facebook, il video dal vivo ottiene 3 volte più visualizzazioni rispetto ad altri contenuti.
Come sfruttare i video live? Per raccontare il dietro le quinte di un evento, presentare la tua azienda, i dipendenti e collaboratori, pubblicizzare un’offerta o promuovere i tuoi prodotti, offrire assistenza ai clienti, rispondere alle domande del pubblico, fare webinar.
Insomma, da’ valore al tuo messaggio e tieni gli spettatori incollati al video, fino alla fine: interagisci con loro, e una volta superato l’iniziale timore di apparire in video, sarà un gioco da ragazzi!

Il mobile

Mobile- friendly. Do you know? Te lo abbiamo già ripetuto più volte nel corso del 2017, e se non l’hai ancora fatto, possiamo metterci una pietra sopra. Si avvicina il Natale, e siamo tutti più buoni. Ma, in vista del 2018, sarà sempre più importante che la tua digital strategy pensata per il mobile. Inizia dal tuo sito web, e anticipa i competitor con una strategia video mobile-friendly. Perché?

Perché la visualizzazione dei video da mobile supererà la visualizzazione da desktop e laptop, il 92% degli utenti che guarda video da mobile li condivide con altri, il 40% degli utenti che guarda video da mobile è portato ad acquistare un prodotto, il video online rappresenta circa il 50% di tutto il traffico mobile, il cellulare è lo strumento più usato per navigare sul web, e il 70% delle ricerche verrà da dispositivi mobile il prossimo anno. Ti abbiamo convinto?

Customer Experience Marketing

Quanto è importante che un cliente viva un’esperienza positiva nel momento in cui entra in contatto con un brand? Moltissimo. Il servizio clienti in-store, la visualizzazione della tua inserzione online o di uno degli annunci della tua attività su Facebook; saranno questi i momenti che, sommati, permetteranno ai tuoi clienti di formulare un giudizio sul tuo brand. E se ti cercano online, e trovano informazioni confuse o carenti, o se riscontrano disservizi o insoddisfazione, non ti daranno una seconda possibilità. Per questo, il 68% dei marketer afferma che la propria attività di marketing sarà sempre più focalizzata sull’esperienza del cliente.

Cosa significa? Garantire un’esperienza coerente e personalizzata su tutti i canali, comprendere le esigenze degli utenti, non deludere le loro aspettative e premiarne la fedeltà. I clienti saranno ben più disposti a scambiare i propri dati, in cambio di esperienze migliori con il brand e i tuoi prodotti.

Il content marketing

Sia chiaro. Il content marketing non è una tendenza, ma nel 2018 avranno sempre più valore i contenti di qualità. Tra l’altro, Smartinsights ci dice che il 70% delle persone preferisce conoscere un brand attraverso un articolo invece che attraverso un annuncio. Bada bene, quando parliamo di content marketing ci riferiamo a tutte le comunicazioni digitali, dall’ottimizzazione dei motori di ricerca ai social, all’e-mail marketing, alla creazione di contenuti per il sito web, ai podcast, gli e-book, i white paper, le infografiche, le landing page. Ma se è vero che il content marketing produce più lead ed è più economico di molte altre forme di marketing, è altrettanto vero che farlo bene è tutt’altro che semplice.
Occorrono: un approccio strategico, pianificazione, costanza, contenuti di qualità, unici, condivisibili, di valore, e che creino consapevolezza del marchio, familiarità e intenzione all’acquisto.

Le ricerche vocali

Tra i digital trend del 2018 troviamo la ricerca vocale, che è presente praticamente ovunque: telefoni, laptop, tablet, computer. Ti diciamo di più: entro il 2020, il 50% di tutte le ricerche sarà probabilmente una ricerca vocale. Chi usa la ricerca vocale?
Principalmente i giovani, ma anche gli adulti. Ciò significa che l’ottimizzazione della ricerca vocale dovrebbe far parte della tua strategia di marketing, e che dovrebbe includere parole chiave long tail, e un linguaggio più naturale. Perché le persone scriveranno “ricetta pizza”, ma chiederanno al proprio cellulare “qual è la migliore ricetta per fare la piazza”.

La pubblicità in tv

Milton Hershey scriveva: “Dagli qualità, questo è il miglior tipo di pubblicità”. Varrà anche e soprattutto nel 2018, che continuerà a registrare un declino della costosa tv tra i canali pubblicitari di digital marketing, che opteranno più per i social media e gli annunci di YouTube piuttosto che per gli spot televisivi.
Quindi, se non stiamo guardando la TV, dove stiamo guardando i video? Su Netflix, Hulu e i social media.

I social network

Di’ la verità: tra aggiornamenti e algoritmi, non sai più come raggiungere i tuoi follower. Nel 2018 dovrai lottare ancora di più, ed ecco perché tra i digital trend abbiamo inserito la strategia.
Da dove si parte per elaborare una strategia? Dall’analisi dei tuoi obiettivi, dello scenario e posizionamento comunicativo, per poi passare allo studio del target a cui desideri parlare e della giusta piattaforma social, a partire da quelle in cui il tuo target trascorre il suo tempo.
Cosa pubblicare? Scegli i contenuti più adatti a ogni canale e che rispondano agli interessi del tuo pubblico; usa i social network anche per il Social Commerce, l’Interactive Experience, il Social CRM, il Customer Service e il Social Listening, investi in advertising, e misura, misura, misura. Solo così, potrai migliorare.

La generazione Z

Nel 2018, molte aziende focalizzeranno il proprio marketing sulla Generazione Z, fatta di giovani nati dopo la metà degli anni ’90. Chi sono?
Generalmente hanno una limitata capacità di spesa, sono meno fedeli al singolo brand rispetto ad altre generazioni, amano lasciare feedback e vogliono tutto e subito. Navigano online, principalmente su YouTube, e, neanche a dirlo, prediligono contenuti video. Pronto a impostare la tua strategia sulla Generazione Z?

La trasparenza

Trasparenza e fiducia sono state parole chiave nel 2017 e lo saranno anche nel 2018. Gli utenti leggono le recensioni del tuo brand, ti cercano sui social, esplorano il sito, vogliono sapere tutto prima ancora di arrivare a te. E le piattaforme vanno sempre più verso questa direzione, permettendo alle persone di lasciare recensioni ovunque.
Questo digital trend crescerà, per cui ti consigliamo di aprire le porte della tua azienda, con trasparenza, e umanità. In questo arduo compito, potranno esserti utili gli influencer, per lavorare su credibilità e reputazione.

Il local

Il panorama digitale sta rendendo più facile che mai per le aziende locali interagire con i consumatori, e ci aspettano tante novità nel 2018 da Google e Facebook. Cosa significa tutto questo per la tua azienda locale?
Che potrai competere con i brand più grandi, e che questi ultimi si concentreranno sul marketing locale, quindi per essere all’altezza dei grandi del marketing, dovrai mettercela tutta.
Fa’ in modo che il 2018 sia l’anno in cui lavori alla tua migliore strategia di digital marketing. Pensa locale e digitale, e che il potere dei ninja sia con te.

di Valentina De Felice
Fonte: ninjamarketing.it

Così i dati potrebbero salvare anche chi vende offline

Una evoluzione, più che rivoluzione. Facciamo un viaggio nel futuro (prossimo), per scoprire come lo [H]uman factor salverà l’industria Retail

Il retail è sicuramente il più grande campo di battaglia del marketing dei nostri tempi: un crogiolo di consumatori, prodotti servizi e dati. Grazie a nuove strategie data-driven, può rivelarsi lo spazio dove aumentare il proprio vantaggio competitivo, a maggior ragione se consideriamo quanto impatti sempre più nella vita di tutti i giorni l’Internet of Things.

Il nostro potere decisionale sta infatti diventando obsoleto: chiediamo ad Alexa o a Siri cosa sia meglio per noi, ci lasciamo influenzare nelle nostre decisioni dai chatbot, ad esempio su che cibo ordinare o che servizio attivare.

 

Anche fuori delle nostre case super connesse, infatti, approfittiamo del web come additivo della nostra esperienza: certamente troviamo ancora piacere a gironzolare per i negozi, ma sempre più approfittiamo di strumenti mobile e connessi per completare il nostro carico informativo. È normale ad esempio interfacciarsi con l’ultima app di AR per scoprire se un dato prodotto faccia al caso nostro, direttamente quando siamo nel punto vendita. Le abitudini sono cambiate, il negozio è solo l’ultimo touchpoint di una catena complessa, dove sono altri i luoghi (anche digitali) dove si forma la preferenza di consumo.

Per questo è difficile identificare che faccia avrà il negozio del futuro. Ci sarà ancora l’area delle casse per il pagamento? Quale sarà il ruolo dei sales assistant? E le domande certo non finiscono qui.

È probabile che si assisterà ad una evoluzione dell’industria del retail, più che una rivoluzione. I cambiamenti saranno più profondi che drastici, come invece siamo abituati a pensare.

Retail: quali sono le sono le previsioni?

I piani su cui tale evoluzione sono essenzialmente legati a device ed evoluzione tecnologica, cui stiamo già assistendo:

le app ridurranno lo shopping ordinario (quello in cui giriamo per prendere ispirazione ma non per effettuare acquisti);
la Realtà Aumentata ci aiuterà a restringere le nostre ricerche;
i dispositivi ad attivazione vocale renderanno più convenienti (e allo stesso tempo saranno una minaccia per alcuni brand) gli acquisti di prodotti di uso casalingo;
i negozi fisici continueranno a recitare un ruolo nella customer experience dell’utente.

Tutto ciò dipende solo da un fattore, noi, il fattore umano. Come utilizzarlo nel mondo del retail, quella è la parte integrante della sfida: all’uomo piace curiosare, scoprire cose nuove, ma piace anche l’ozio ed evitare l’incomodità dell’ordinarietà. Per sfruttare questa tendenza, si può approfittare di un ingrediente che la digitalizzazione dell’esperienza nel retail ha portato con sé: i dati.

Come esseri umani siamo tutti diversi, certo, ma in molti atteggiamenti siamo simili, soprattutto per quanto riguarda il consumo di prodotti e servizi. È per questo che i dati possono rivelarsi il collante di tutta la Customer Experience (CX), utili per comprendere che cosa capiti al consumatore quando si interfaccia con la marca.

disegno del cervello suddiviso in fattori che caratterizzano l’essere umano

L‘identificazione, la comprensione e l’engagement dello [H]uman factor attraverso i dati, senza dimenticare la fase finale di misurazione, sono gli step analitici per sfruttare al meglio l’interazione fra utente e spazio, le logiche fondative degli HyperContent, e trarne indicazioni su come costituire un’experience memorabile.

Entriamo nel dettaglio dei quattro step.

Il processo di identificazione non significa solo lettura ed estrazione di informazioni riconoscibili, ma riguarda anche il processo che nell’analisi dei dati prende il nome di “pseudonymisation“: la determinazione di identità digitali precedentemente anonime, per trattare sempre più utenti/clienti come individui, siano essi online, loggati o no, o in presenza sul punto vendita.

La comprensione si baserà poi sulla capacità di leggere le interazioni, sfruttando gli enormi silos di dati che i device mobile riusciranno a catturare.

In funzione dei risultati del processo di analisi e comprensione, il customer engamement del futuro riuscirà ad essere real-time, raggiungendo i clienti letteralmente dovunque essi siano tramite qualunque canale o dispositivo, durante tutto il customer journey.

Last but not least, la fase di misurazione: connettendo dati online e offline, i marketers potranno vedere cosa funziona e cosa no, quale strategia vale la pena perseguire o cosa su cui non vale la pena insistere.

Per tutte queste ragioni, il retail è senza dubbio il campo di battaglia più impegnativo e stimolante che ci sia: l’interazione che sul punto vendita si sviluppa può garantire infatti non soltanto dei buoni risultati nel brevissimo periodo, ma anche indicazioni sul come costruire l’esperienza di marca, avvantaggiandosi della profonda conoscenza del consumatore che si può dedurre dall’analisi dei dati raccolti.

La sfida è proprio costruire quindi un unico data-ecosystem: saranno pronte le aziende?

Scritto da Ilaria Capriglione
Fonte: ninjamarketing.it

Video: Facebook Watch supererà YouTube

Facebook Watch sembra sia pronta a superare YouTube di Google.

Facebook è riuscita a crescere, a superare e marginalizzare i suoi concorrenti grazie alla sua enorme base di utenti, alle massicce operazioni di raccolta dei dati e alla rapidissima velocità con cui i team di ingegneri di Facebook lavorano. Abbiamo visto Facebook superare di gran lunga diversi social network nel corso degli anni.

Ora, sta prendendo il video più seriamente che mai con il suo nuovo prodotto Facebook Watch ed è plausibile che alla fine supererà anche YouTube.

Che cosa è esattamente Facebook Watch ?

Facebook ha introdotto Watch il 9 agosto e lo ha definito “una nuova piattaforma per gli spettacoli su Facebook”.

Mentre il video è stato al centro di Facebook negli ultimi anni, Watch è il primo tentativo dell’azienda di brandizzare il video come proprietà indipendente. Ha ricevuto il proprio nome, logo e scheda dedicata su Facebook, non diversamente dai precedenti prodotti Facebook autonomi come Messenger, che ora ha la sua app dedicata.

Le funzionalità di Watch includono una pagina “Discovery” che consiglia nuovi contenuti, un feed dedicato per commenti e reazioni video ai video stessi, gruppi Facebook specifici per gli show e nuove pagine Watch. Per i creatori e gli editori, Watch è presentato come una piattaforma per aiutarli a generare un pubblico di fan appassionati e fare soldi con il loro lavoro.

 

Perché Facebook Watch supererà YouTube?

Oltre alla competitività di Facebook sulle funzionalità, ci sono molti altri motivi per cui Watch sarà un successo:
Mark Zuckerberg ha affermato che il video è una priorità per la piattaforma, dicendo a BuzzFeed che siamo ora nell’età d’oro del video e che “non sarebbe sorpreso se, andando avanti di cinque anni, la maggior parte del contenuto che le persone vedono su Facebook e condividono su base giornaliera è il video”.

Mentre YouTube vanta ancora più visualizzazioni video rispetto a qualsiasi altra piattaforma, le statistiche mostrano che Facebook si sta avvicinando ad alta velocità. Anche prima del lancio di Watch, Facebook stava generando 100 milioni di ore di tempo di visualizzazione video.

 

Su Facebook Watch il tempo di visione è raddoppiato 

Mentre il tempo totale di visualizzazione su YouTube è cresciuto del 60% su base annua, Facebook ha raddoppiato le sue visualizzazioni video giornaliere da quattro a otto miliardi in soli sei mesi nel 2015, da aprile a ottobre. Supponendo che la crescita dei video di Facebook continui a questo ritmo, è possibile dire che le visualizzazioni video giornaliere, incluso Facebook Live, si assesteranno su più di 64 miliardi di visualizzazioni al giorno.

Fonte: digitalic.it