Facebook introduce disegno 3D e Boomerang per le sue Stories

Due nuovi strumenti per spingere gli utenti a creare più contenuti

Presto potremo utilizzare nuovi strumenti creativi su Facebook, con la realtà aumentata e la funzione Boomerang anche in queste Stories.

L’introduzione di queste novità punta ad aumentare il numero dei contenuti prodotti dagli utenti, rendendo più popolari le storie di Facebook.

“Volevamo offrire alle persone un modo semplice per creare con la realtà aumentata”, ha affermato John Barnett, Product Manager per la funzione definita “disegno 3D”, che sarà rilasciata per gli utenti nelle prossime settimane.

Disegnare su video e immagini con l’AR

Grazie ala nuova funzione di realtà aumentata di disegno in 3D, potremo scarabocchiare il mondo intorno a noi, per poi spostare la fotocamera e vedere comunque i nostri schizzi sullo schermo. Un modo nuovo e divertente per aggiungere graffiti che esistono solo all’interno dei nostri schermi. Sarà possibile aggiungere i disegni in 3D prima o mentre si registra, disegnando qualcosa fuori dall’inquadratura per poi rivelarlo attraverso una panoramica o una zoomata. E nuovi pennelli potrebbero essere presto introdotti per rendere ancora più creativa questa novità.

Secondo quanto dichiarato da Facebook la tecnologia dovrebbe riuscire a identificare gli angoli e gli oggetti presenti in una stanza per creare una specifica grafica 3D costruita su questi. Attualmente sembra però che il riconoscimento funzioni solo in condizioni di luce ottimali.

Facebook ha lanciato i suoi effetti AR all’F8 dello scorso aprile e ha recentemente aggiunto alcune esperienze come i codici QR reali.

I Boomerang di Instagram anche su Facebook

Sul social network presto anche la possibilità di creare Boomerang e video clip animati attraverso la fotocamera, un ulteriore sforzo per far funzionare meglio le Stories, come già accade su Instagram. Anche se una funzionalità simile era già presente per alcuni utenti, questa sarà sostituita dalla funzione già presente sul social visuale.

Facebook sta infatti cercando nuovi modi per rendere le Storie più popolari e accessibili. Ciò include il test della funzione che rimanda direttamente alle Storie come destinazione predefinita per il contenuto girato con la fotocamera Facebook, mostrando icone più grandi con le anteprime delle Stories in cima al Feed di notizie. Questi test, combinati con le due nuove funzionalità, potrebbero dare a Facebook Stories una spinta in termini di utilità e visibilità.

Fonte: ninjamarketing.it

Addio alla seconda pagina, Google testa il pulsante “altri risultati” con scroll infinito

Invece di cliccare sul pulsante per la pagina successiva, il motore di ricerca mostrerà più risultati sulla stessa pagina.

Google sta testando un pulsante “altri risultati” per le ricerche che vengono eseguite da dispositivi mobili.

Non sarà più necessario scorrere la lista dei risultati di ricerca fino al termine per passare alla pagina successiva: come vediamo nel test che abbiamo effettuato, viene presentato un singolo risultato (o più risultati) con il nuovo pulsante in basso. Cliccando sulla scritta “altri risultati”, si apre una altri risultati, google, serp, seo, senza paginazione, che prosegue all’infinito.

Cosa cambierà per chi si occupa di ottimizzazione dei contenuti sui motori di ricerca è tutto da vedere: non è ancora chiaro se il test si sarà successivamente esteso alla navigazione da desktop o se la sua presenza sia del tutto temporanea. A livello pratico, il sistema della paginazione viene conservato (e i risultati delle ricerche risultanti da una navigazione desktop lo confermano) ma l’effetto visivo è quello di uno scroll infinito che, senza dubbio, favorisce l’utente nella ricerca dei risultati evitandogli il click sul pulsante “pagina successiva”.

I risultati aggiuntivi vengono quindi visualizzati sotto i risultati correnti.

La conferma di Google sul nuovo pulsante

Danny Sullivan di Google ha confermato su Twitter il test degli ultimi giorni. Il tasto compare nelle ricerche di molti utenti quando utilizzano Google da mobile, ma ancora non sembra disponibile per tutti. Il nuovo tasto a cui è abbinata la nuova funzione di ricerca inizia a essere sempre più visibile nelle ricerche e questo fa pensare che il test potrebbe diventare uno strumento definitivo.

Anche Google si prepara alla GDPR. Ecco come

In una lettera ai partner, Big G ha reso noti i passi con cui affronterà il regolamento europeo: previste regole più stringenti e una serie di nuovi strumenti ad hoc


La data della definitiva entrata in vigore della GDPR si avvicina, e anche i grandi operatori del mercato si stanno attrezzando per non farsi trovare impreparati il 25 maggio.

Dopo Facebook, ora anche Google ha ufficializzato, in una lettera ai suoi partner, come cambierà la gestione dell’utilizzo dei dati per chi fa uso delle sue piattaforme per la pubblicità.

Innanzitutto, la società ha precisato i diversi ruoli che, in base alla tipologia di piattaforma presa in esame, essa assume nei confronti del trattamento dei dati. In regime di GDPR, una società può essere un processor (responsabile del trattamento), un controller (titolare del trattamento) o un co-controller (cioè un titolare del trattamento che insieme a un altro decide modi e fini del trattamento dei dati).

Google opera come titolare del trattamento nel caso dei suoi principali prodotti pubblicitari, come AdMob, AdSense, AdWords, DoubleClick Ad Exchange (AdX) e DoubleClick for Publishers (DFP). E’ invece un responsabile del trattamento nel caso di altre piattaforme come Google Analytics, Ads Data Hub, Google Analytics, DoubleClick Bid Manager e altri. In più, e questa è una novità, Big G introdurrà nuovi termini di contratto secondo cui per alcuni dei suoi strumenti come DoubleClick for Publishers, Ad Exchange, AdSense e AdMob diventerà un co-controller, condividendo quindi con altri operatori il controllo di come vengono processati i dati e la responsabilità sulla loro protezione.

Un altro tema è poi quello del consenso. Naturalmente, Google si occuperà personalmente di ottenere quello relativo ai suoi dati di prima parte, ossia le informazioni sugli utenti che usano le sue piattaforme come Gmail, YouTube e il motore di ricerca. Per quanto riguarda invece gli editori e inserzionisti che adottano le sue soluzioni pubblicitarie, saranno loro a dover chiedere il consenso agli utenti.

Ma questo in realtà succedeva anche prima. La novità è che Google aggiornerà la propria “user consent policy” europea per renderla conforme alle nuove, più stringenti condizioni legali richieste dal regolamento. Ad esempio, ogni sito o app che utilizza soluzioni pubblicitarie di Google dovrà necessariamente ottenere il consenso legalmente valido dell’utente finale per usare cookie, raccogliere dati o condividerli per erogare campagne mirate.

Nella lettera, a tal proposito Google ha aggiunto che esplorerà possibili “soluzioni dedicate agli editori per l’ottenimento del consenso, incluso lavorare con associazioni della industry come IAB Europe“. Quest’ultima sta attualmente lavorando a uno standard tecnico per rendere più semplice l’immagazzinamento dei consensi degli utenti e la loro condivisione con gli altri partner della filiera pubblicitaria.

Infine, Big G ha annunciato il prossimo lancio di una serie di strumenti per facilitare la conformità dei suoi partner alla GDPR. Tra questi, una soluzione che aiuterà gli editori a mostrare annunci non-customizzati a quelle persone che hanno fatto opt-out della raccolta dati; dei controlli per AdMob, DFP, AdX e AdSense che consentiranno ad inserzionisti e publisher di gestire le società terze abilitate ad erogare e misurare annunci in Europa; uno strumento per il mantenimento e la cancellazione dei dati su Google Analytics; e delle soluzioni per limitare il trattamento delle informazioni personali dei minori.

di Alessandra La Rosa

Fonte: programmatic-italia.com

Instagram, arriva anche in Italia Shopping

La funzione permette alle aziende di inserire speciali tag nei propri post organici attraverso i quali gli utenti potranno direttamente fare acquisti

Instagram, dopo il lancio del formato Carousel per le Stories e la programmazione dei post, annuncia una novità che consente agli utenti di avere sulla piattaforma un’esperienza senza soluzione di continuità per quanto riguarda la ricerca e l’acquisto di prodotti. Il social, infatti, lancia Shopping in Italia. Si tratta della funzionalità dedicata ai profili business lanciata lo scorso anno negli Stati Uniti, che permette alle aziende di inserire speciali tag nei propri post organici attraverso i quali gli utenti potranno direttamente fare acquisti.

Instagram Shopping sarà disponibile per tutti i brand che hanno un profilo business, vendono prodotti fisici e hanno una vetrina su Facebook o un catalogo in Business Manager.

Alberto Mazzieri, Industry Manager di Facebook Italia, sottolinea la rilevanza delle aziende per il social network delle immagini: “I brand sono una parte fondamentale della community di Instagram e da sempre la piattaforma è un luogo in cui le persone scoprono nuovi marchi e prodotti. Shopping su Instagram garantisce ai brand un ulteriore modo per creare legami preziosi con la community e non vediamo l’ora di scoprire come le aziende in Italia sfrutteranno le opportunità offerte da questa nuova funzionalità.”

L’interesse della community di Instagram per le aziende è testimoniato dal fatto che l’80% degli instagrammer segue almeno un’azienda, oltre 200 milioni di persone visitano un profilo business ogni giorno, e un terzo delle Storie più popolari su Instagram sono proprio di brand, riporta il comunicato. Solo nello scorso mese, inoltre, ci sono state più di 180 milioni di interazioni tra business e persone su Instagram.

 

Gli utenti avranno a disposizione uno spazio in cui esplorare i prodotti. Le persone avranno accesso, con un tag, ad informazioni, come prezzo e descrizione del prodotto, e foto di un determinato articolo che vedranno nei post organici e avranno la possibilità di acquistarlo sul sito web del brand, una volta cliccato sul pulsante “shop now”.

Jim Squires, Head of Business di Instagram, spiega: “Le persone vengono su Instagram ogni giorno per scoprire e acquistare prodotti delle loro aziende preferite. Vogliamo che sia un’esperienza senza soluzione di continuità. Che si tratti di un artigiano locale, di un fioraio o di un negozio di abbigliamento, fare acquisti direttamente su Instagram non è mai stato così semplice.”

Con questa novità il social network cavalca anche l’ascesa dello shopping da mobile: una ricerca di Facebook IQ, “Fashion Path to Purchase”, rivela che il 39% delle persone, negli ultimi 3 mesi, ha acquistato articoli di moda da smartphone o tablet.

Oltre che nel nostro Paese, la funzione debutta in Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Canada, Brasile ed Australia.

di Caterina Varpi

Fonte: engage.it

YouTube, ora gli spot si possono targettizzare anche in base alle ricerche su Google

Nuove possibilità di targeting per la piattaforma video di Big G, sulla quale arriva anche il formato pubblicitario direct-response TrueView for Action

In occasione dell’evento californiano Search Marketing Expo West, Google ha svelato alcune nuove soluzioni che vanno ad ampliare l’offerta pubblicitaria di YouTube: la possibilità – ora anche per gli inserzionisti della piattaforma video – di targetizzare il pubblico in base ai dati provenienti dalle ricerche su Google, e un nuovo formato adv chiamato TrueView for Action.

Partiamo dalla prima novità: adesso chi acquista pubblicità su YouTube potrà targetizzare gli utenti che hanno cercato determinati termini sul motore di ricerca Google, compresi i propri prodotti e servizi. “Per esempio, una compagnia aerea potrà raggiungere su YouTube quelle persone che hanno recentemente cercato su Google.com ‘voli per le Hawaii’”, spiega la società in un blog post ufficiale, sottolineando l’efficacia di questa novità – che chiama “custom intent audiences” – per portare all’azione quegli utenti ancora indecisi sfruttando tutto il potere persuasivo del video.

Per utilizzare le custom intent audiences su YouTube, le aziende dovranno impostare una campagna video su AdWords e aggiungere le varie keyword. La soluzione è disponibile solo nella nuova interfaccia di AdWords.

Su YouTube arriva il formato TrueView for Action

L’altra novità, invece, è un nuovo formato direct-response: TrueView for Action, che verrà reso disponibile a livello globale nel corso di questo mese.

Attraverso questo formato, spiega Google, “gli inserzionisti possono personalizzare una call to action” che appare insieme agli spot su YouTube “per spingere il risultato più importante per il business”. Su mobile, il formato appare sotto il video e rimane anche dopo che lo spot è finito o che l’utente lo ha “saltato”. Su desktop, verrà mostrato anche un mini-annuncio in cima alla colonna dei correlati sulla destra.

Una ricerca su Google e la successiva erogazione sull’app di YouTube di un formato TrueView for Action

Il formato TrueView for Action è personalizzabile con le creatività dell’azienda, come loghi e immagini, altrimenti verrà automaticamente creato da Google con elementi presi dalla landing page dell’inserzionista.

di Alessandra La Rosa

Fonte: programmatic-italia.com

Facebook lancia le Liste: cosa sono e come funzionano

Ancora novità nell’universo digitale creato da Mark Zuckerberg: Facebook sta rilasciando una nuova funzione chiamata “Liste”, che aiuterà l’intero ecosistema a tornare all’essenza delle proprie origini.

Fonte TechCrunch.com

È dall’inizio di questo 2018 che Facebook ha reso note le sue intenzioni di purificare il news feed degli utenti marciando in una direzione ben precisa: l’obiettivo della major di Menlo Park è quello di riaccendere i riflettori sugli utenti – anche se a discapito di aziende ed editori.

L’epurazione del news feed

Già da tempo Facebook vuole restituire lo scettro del potere ai suoi iscritti, prima lasciando che siano gli stessi a stabilire le fonti autorevoli, e poi punendo le aziende che hanno visto un crollo costante della reach organica delle fan page.

Il primo imponente cambiamento, quindi, ha interessato il contenuto proposto nel news feed degli utenti e, sebbene si temesse una vera e propria guerra ai gestori delle pagine, in realtà il vero motivo del calo delle visualizzazioni è da ricercarsi nella scarsa interazione tra l’utente e quella specifica pagina.

Insomma, Facebook vuole che i suoi iscritti siano sempre circondati da “amici”, seppur in via virtuale, e da argomenti che siano particolarmente interessanti per loro.
Tutto ciò tenendo conto che le interazioni tra gli iscritti restano il pallino principale di Facebook, che in questo modo può tenere gli utenti all’interno della sua piattaforma, mentre le pubblicazioni delle pagine, invece, spesso rimandano a siti esterni alla stessa.

La novità si chiama “Liste”

Dal momento che gli aggiornamenti di stato degli utenti iscritti a Facebook sono diminuiti negli anni a favore delle pubblicazioni delle pagine, Zuckerberg e i suoi hanno ben pensato di indurre un’inversione di tendenza.
Se in un primo momento, infatti, sono stati sensibilmente diminuiti i contenuti pubblicati dalle pagine – con le quali non si ha una particolare interazione – mostrati nella homepage del sito, ora è il momento di battere su ciò che piace alle persone.
E Facebook lo fa stimolandole a produrre contenuti propri da condividere sul social network: e cosa c’è di meglio dei tanto amati elenchi puntati?

Le liste e gli elenchi rappresentano un format irresistibile da sempre, ed ecco arrivare il rollout della funzione che modificherà la schermata per la condivisione di uno stato, aggiungendo la possibilità di inserire le tanto apprezzate liste.

Come funzionano e come sono fatte

Graficamente allettanti e semplici da realizzare, per creare e condividere liste sul proprio profilo non bisognerà che accedere all’account personale e scegliere l’opzione Liste dalla tab “Crea un post”. A questo punto, sarà possibile optare tra due proposte:

  1. Scegliere tra le liste preesistenti, da adattare secondo i propri gusti o preferenze;
  2. Crearne una personale ex novo.

Inoltre, le liste possono essere arricchite con sfondi colorati oppure emoji, e sarà possibile condividere un elenco delle proprie canzoni preferite, ma anche una to do list, i viaggi dei sogni, i cibi adorati, oppure gli obiettivi da raggiungere.

Ritorno alle origini o solo marketing?

La prima tipologia di liste potrebbe essere utile all’ecosistema di Facebook per invogliare le persone a condividere le proprie opinioni, interagendo con gli altri su argomenti di interesse comune, mentre per le seconde il social network blu è sempre stato avido di informazioni personali.

Dunque, se tornare allo stato primordiale che ha permesso a Facebook di nascere è una priorità per il team di Zuckerberg, è pur vero che più gli utenti parlano di sé, dei propri gusti o dei propri interessi, e più sono a disposizione della società dati sensibili che ritraggono una fotografia molto fedele alla realtà sulle preferenze degli stessi.

di Maria Grazia Tecchia

Fonte: digitalic.it

Facebook lancia i post in 3D. Come funzionano (e perché dietro c’è un piano preciso)

Piccole ma interessanti novità in casa Facebook che sembrano preannunciare svolte più importanti per il noto social network. Lo scorso ottobre era stato annunciata l’implementazione dei post 3D, cioè la possibilità per gli utenti di condividere con un post oggetti digitali tridimensionali con cui poter interagire passando il mouse sopra l’immagine.

Ora arriva la notizia che Facebook ha lanciato il supporto per un nuovo formato di file, che renderà ancora più facile per gli utenti condividere immagini 3D di alta qualità: si tratta del formato glTF 2.0 che consente una resa più realistica delle trame degli oggetti e una grafica 3D più dettagliata. In questo modo, come si legge sul blog ufficiale dell’azienda “un’arte 3D meravigliosamente dettagliata può ora prendere vita su Facebook”.

Insieme al supporto per il nuovo formato, Facebook sta implementando nuove Graph API che consentiranno agli sviluppatori di aggiungere la condivisione 3D su Facebook anche all’interno di app di terze parti.

Pagine Facebook come Jurassic World hanno già pubblicato post che permettono di vedere come è possibile implementare le nuove Graph API su altre app: provate a cliccare sul link del post qui sotto per averne un esempio.


Come creare un post in 3D su Facebook

Pubblicare un oggetto 3D su Facebook in sé è molto semplice: è possibile utilizzare un’app che supporta la nuova API di Facebook o condividere un link da un sito Web che supporta la condivisione 3D su Facebook o, probabilmente, in modo più semplice, si può caricare direttamente un file 3D dal proprio desktop.

Attualmente, gli utenti possono caricare contenuti 3D dalla web gallery di Oculus Medium di Facebook, mentre il supporto per oggetti 3D dalla libreria Poly di Google è ancora in lavorazione.

Inoltre, dal momento che Sony è uno dei principali partner di questa iniziativa, gli utenti che usano il tool 3D Creator – sui device Xperia XZ1, Xperia XZ1 Compact e Xperia XZ Premium con Android 8.0 Oreo – potranno condividere le loro creazioni direttamente dal loro smartphone.

Un ecosistema 3D multipiattaforma

L’obiettivo di Facebook con questa ultima novità è quello di realizzare un mondo digitale senza interruzioni tra realtà offline e online e non solo: un ecosistema in cui le persone possano condividere esperienze coinvolgenti e oggetti 3D attraverso VR, AR e Facebook, passando dal desktop allo smartphone fino ad arrivare al visore per la realtà virtuale.

L’aggiornamento sarà sicuramente un’opportunità per le case sviluppatrici di videogiochi, per il settore dell’entertainment, per la pubblicità ma probabilmente i risvolti di questa semplice novità saranno più interessanti di quelli a cui riusciamo al momento a pensare.

Per ora i post 3D che stanno scorrendo sui nostri feed possono essere molto divertenti: ricordate il post di Jurassic World di cui vi parlavamo sopra?

 

Facebook sta giocando tutte le carte a sua disposizione per risultare più attraente agli occhi degli utenti più giovani e per riconquistare quelli che pian piano abbandonano la piattaforma o che perdono interesse a partecipare alle sue conversazioni: dovrà fare colpo prima di tutto sui creators e non sarà un compito facile.

di Claudia Ingrassia

Fonte: ninjamarketing.it

Google Search: su mobile sarà premiata la velocità delle pagine

BigG annuncia Speed Update: a partire da luglio tra i parametri di indicizzazione per il mobile sarà introdotta la velocità di caricamento della pagina

“Le persone vogliono trovare risposta alle loro domande il più in fretta possibile“: comincia con queste parole il blog post ufficiale con cui Google annuncia che a partire da luglio 2018 userà tra i parametri di indicizzazione per il mobile, come già avviene su desktop, la velocità di caricamento della pagina. In questo modo saranno privilegiate le pagine più veloci, che verranno quindi classificate più in alto nelle Serp.

Questo nuovo sistema che prende il nome di Speed ​​Update sarà applicato a tutte le pagine, indipendentemente dalla tecnologia con cui sono realizzate, e interesserà, secondo Google, una piccola percentuale di ricerche, penalizzando le piattaforme che impiegano un tempo eccessivo nel caricarsi. In ogni caso, anche le pagine più lente saranno ben indicizzate se risulteranno fortemente rilevanti per la ricerca.

Per consentire a sviluppatori ed editori di misurare e migliorare le performance del proprio sito, Google suggerisce l’impiego di strumenti già esistenti quali Chrome User Experience Report, LightHouse e PageSpeed Insights.

Con questa mossa BigG dà sempre maggior rilevanza alla velocità delle pagine per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti, come sta facendo anche su altri fronti, come, ad esempio, con l’introduzione dell’Ad blocker su Chrome o con il blocco della riproduzione automatica dei contenuti multimediali nelle pagine web: è del 2015 il lancio delle AMP  che a febbraio 2016 sono state evidenziate nei motori di ricerca mentre nell’aprile dello stesso anno hanno avuto una posizione di rilievo in Google News.

 

di Caterina Varpi

Fonte: www.engage.it/tecnologia/google-search-speed-update/

Google Chrome segnalera’ le pagine web non protette da Https da Luglio 2018

A partire da Luglio 2018, con la versione 68 di Chrome, il browser contrassegnerà tutti i siti HTTP come ‘non sicuri’ per portare gli sviluppatori in ritardo a passare alla crittografia HTTPS destinato a diventare il protocollo standard.

 

Negli ultimi anni, Google ha aggiornato il proprio browser Google Chrome introducendo piccole novità volte a spostare la navigazione verso un Web più sicuro, chiedendo ai proprietari di siti web di adottare la crittografia HTTPS per garantire trasferimenti riservati di dati e impedire intercettazioni dei contenuti. Nell’ultimo anno, in particolare, Google ha anche aiutato gli utenti a capire quali siti non sono sicuri, contrassegnando gradualmente un sottoinsieme più ampio di pagine HTTP come ‘non sicure’. Emily Schechter, Chrome Security Product Manager di Google, nel post intitolato ‘Un web sicuro è qui per rimanere’ pubblicato di recente sul blog della sicurezza di Google, ha annunciato che, a partire dal mese di Luglio 2018, con la versione 68 di Chrome, il browser contrassegnerà tutti i siti HTTP come ‘non sicuri’. E’ l’ultimo passo che Google va a compiere per convincere i proprietari di siti Web che ancora non lo hanno fatto a passare alla crittografia HTTPS.

Come cambia il trattamento delle pagine HTTP in Chrome 68 rispetto a Chrome 64

HTTPS e’ importante per la sicurezza sul web

Per chi ‘mastica’ poco di termini tecnici legati al web, HTTPS è l’HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer ed è un protocollo per la comunicazione sicura attraverso una rete di computer, il quale è sempre piu’ utilizzato su internet.

HTTPS consiste nella comunicazione tramite il protocollo HTTP all’interno di una connessione criptata dal Transport Layer Security (TLS) o Secure Sockets Layer (SSL) per garantire trasferimenti riservati di dati e impedire intercettazioni dei contenuti.

A rendere importante HTTPS sono l’autenticazione del sito web visitato, la garanzia di protezione della privacy e l’integrità dei dati scambiati tra le parti in comunicazione (utente e server del contenuto web).

Quando si naviga in un sio web con HTTPS in sicurezza, sulla sinistra dell’indirizzo web nella barra di navigazione compare un lucchetto di colore verde mentre è giallo se il sito non garantisce la sicurezza completa ed è grigio nel caso di navigazione in HTTP dove non c’è sicurezza. Se il browser segnala con il lucchetto rosso una pagina web, significa che la navigazione è non sicura o pericolosa e la pagina è stata o puo’ essere compromessa (non fidatevi delle pagine con lucchetto rosso).

Negli ultimi anni sempre piu’ sviluppatori Web hanno spostato i loro siti da HTTS su HTTPS contribuendo cosi’ a rendere il Web più sicuro per tutti.

I progressi del 2017 sono stati “incredibili” ha riferito Schechter, e proseguono da allora: oltre il 68% del traffico web in Chrome su Android e Windows e oltre il 78% del traffico in Chrome su Chrome OS e Mac è ora protetto da crittografia HTTPS, mentre 81 dei primi 100 siti sul Web utilizzano HTTPS per impostazione predefinita.

Chrome è stato messo a punto nelle ultime versioni per rendere il più semplice possibile la configurazione di HTTPS per gli sviluppatori Web ma anche ha introdotto una serie di strumenti attraverso i quali gli utenti possono sapere non solo se la pagina web aperta è protetta da HTTPS ma anche se tutti gli elementi caricati in essa lo sono.

Chrome include la verifica dei contenuti misti (quando una pagina contiene sia elementi Http che Https) per aiutare gli sviluppatori a migrare i loro siti su HTTPS nell’ultima versione di Node CLI di Lighthouse, uno strumento automatizzato per migliorare le pagine web che gli aiuta a trovare quali risorse un sito carica utilizzando HTTP e quali di queste sono pronte per essere aggiornate ad HTTPS semplicemente cambiando il riferimento “http://” in “https://”.

Https, cosa cambia da Luglio 2018 in Chrome

Quando Google rilascerà Chrome 68 nel mese di Luglio 2018, salvo ritardi nello svilppo che potrebbero posticiparne la distribuzione, la nuova interfaccia di Chrome consentirà agli utenti di sapere quando stanno navigando in un sito web HTTP etichettandolo come “non sicuro”.

“HTTPS è più semplice ed economico che mai e sblocca sia i miglioramenti delle prestazioni sia le nuove potenti funzionalità troppo sensibili per HTTP” ha scritto Schechter nel suo blogpost.

Ecco cosa cambierà: attualmente, Chrome fa risaltare i siti web che offrono HTTPS etichettandoli con la scritta ‘sicuro’ accanto al lucchetto verde, mentre con Chrome 68 ci sarà lo switch poichè la navigazione in HTTPS Google vuole che diventi lo standard di base e quindi eventualmente il browser si occuperà di contrassegnare con la scritta ‘non sicuro’ i siti ancora in HTTP, mentre nei siti con Https si vedrà solo il lucchetto di colore verde senza piu’ la scritta ‘sicuro’.

 

di Simone Ziggiotto

Fonte: pianetacellulare.it

Brand radio: quando la radio è aziendale e migliora l’esperienza di consumo

Cosa sono le brand radio e perché integrare nella propria strategia di comunicazione una radio aziendale con palinsesti e contenuti ad hoc.

Gli italiani amano ascoltare la radio, lo dicono i risultati dell’annuale Rapporto Censis sulla comunicazione e numerosi dati sulle radio italiane elaborati da vari soggetti del settore.

Non c’è da stupirsi, allora, che le aziende investano ancora, e in maniera cospicua, su questo canale. Tanto più che ci sono ricerche, come quella citata dall’inglese ‘Radiocentre’, secondo cui la pubblicità in radio è più efficace di quella in TV: solo due passaggi in più aumenterebbero del 6% le possibilità che un ascoltatore prenda in considerazione il brand e, tenuto conto della maggiore economicità delle tabelle radio rispetto a quelle televisive, l’efficacia della radio advertising ne risulterebbe migliorata di almeno il 25%.

BRAND RADIO: COSA SONO E PERCHÉ CONVENGONO ALLE AZIENDE

Non solo investimenti pubblicitari, però: sempre più brand decidono di integrare il canale radio all’interno della loro strategia di comunicazione corporate, usandolo cioè per rivolgersi tanto a target esterni quanto a target interni. Lo fanno attraverso le cosiddette brand radio o in store radio, cioè stazioni radio con una programmazione e un palinsesto pensati appositamente per l’azienda e il cui ascolto accompagna in genere l’incontro tra brand e consumatore. Come gli esperimenti di brand journalism, insomma, brand radio e in store radio rientrano nel solco di quegli owned media, meglio ancora dei vecchi house organ, e cioè di spazi media che il brand possiede, su cui ha un controllo totale e per cui può decidere autonomamente calendari, pubblicazioni, linee editoriali.

Dalla sua, la brand radio ha il vantaggio di «saper parlare a più pubblici», come spiega durante un’intervista ai nostri microfoni Stefano Chiarazzo di #SocialRadioLab. In altre parole? Una radio aziendale può essere efficacemente utilizzata tanto per una strategia di comunicazione interna, quanto per una comunicazione prettamente rivolta verso l’esterno e verso clienti e stakeholder. In quest’ultimo caso, la brand radio non è altro che un canale in più rispetto agli altri che l’azienda utilizzava già sia offline sia online. Si inserisce, cioè, all’interno di una strategia di comunicazione integrata e deve poterne rispettare gli obiettivi, di posizionamento e miglioramento dell’immagine della marca o di coinvolgimento dei clienti. Il vero vantaggio in questo è che «la radio è uno di quei media che possono essere ascoltati in qualsiasi situazione, in casa, in macchina, in viaggio, attraverso dei cellulari: è cioè un medium molto invasivo e per questo può aiutare nella fidelizzazione del cliente-ascoltatore», continua l’esperto.

QUALI SONO GLI ALTRI VANTAGGI CHE UN’AZIENDA PUÒ AVERE DALL’INTEGRARE UNA BRAND RADIO NELLA PROPRIA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE?

Innanzitutto, la radio è il mezzo che meglio si avvicina all’idea di multitasking dal momento che può essere solo ascoltata mentre si fa altro e senza che ci si debba fermare davanti a uno schermo: questo significa poter raggiungere il destinatario potenzialmente ovunque e in qualsiasi momento. Chi ascolta la radio si ritrova spesso a commentare programmi e contenuti con altri ascoltatori. Per questo motivo è indispensabile riuscire a creare palinsesti che si leghino quanto più possibile ai propri valori aziendali, alle iniziative che si stanno portando avanti e possibilmente con chiare call to action per i propri target, interni o esterni che siano.

FARE BRAND RADIO: QUANDO CONVIENE? ALCUNE BUONE PRATICHE ITALIANE

UNA BRAND RADIO È SEMPRE SOSTENIBILE PER UN’AZIENDA?

Gestire una brand radio richiede uno sforzo enorme, proprio perché – cosa che avviene con qualsiasi tipo di radio – c’è bisogno di una costante produzione di contenuti. Per questo si dovrebbe iniziare a fare brand radio solo quando si è sicuri di avere a disposizione anche strumenti di marketing che aiutino, banalmente, a far conoscere l’esistenza della radio, che si possa comunicare cioè che esiste un palinsesto o come è possibile ascoltare la radio (è una web radio? Esiste un app? La si può ascoltare sul sito? O solo all’interno degli uffici?). Insomma è giusto avere un budget di marketing che si integri con quello di contenuto e che permetta di inserire la propria brand radio all’interno di una strategia integrata, anche nel passaggio dall’offline all’online.

Non stupisce, così, che a essersi provati in esperimenti di radio aziendali siano stati in Italia soprattutto grandi brand. «Un piccolo brand fa molta fatica a garantire 24 ore di programmazione, soprattutto se non ha spazi fisici di contatto con i clienti», spiega ai nostri microfoni Tiziano Bonini, ricercatore in Media Studies e autore tra gli altri di “La radio in Italia. Storia, mercati, formati, pubblici, tecnologie”. «Si fa fatica, infatti, a pensare a una brand radio che possa essere ascoltata solo online (sarebbe più difficile in questo caso attrarre ascoltatori, dato che esistono oggi tantissime web radio, di genere diverso e che veicolano contenuti diversi e il consumatore è messo davanti a una vasta scelta, ndr) e funziona certo molto di più l’idea di una brand radio da distribuire nello spazio di un negozio brandizzato: potrebbe essere un modo, per esempio, di impiegare i 30 secondi di attesa al bancomat facendo passare un messaggio aziendale».

DALLE BEST PRACTICE AGLI ERRORI DI TARGETING: COSA INSEGNANO LE ESPERIENZE DELLE BRAND RADIO ITALIANE

Non a caso alcuni dei migliori esempi di brand radio italiane vengono proprio dal mondo delle banche e da quello dei trasporti: in banca come quando si aspettano i mezzi pubblici l’elemento attesa è imprescindibile e in qualche misura caratterizza la stessa occasione d’uso. Ferrovie dello Stato, per esempio, dal 2008 manda in onda FSNews Radio, ispirandosi tra l’altro all’esperimento francese di SNCF La Radio (la brand radio della compagnia di trasporti pubblici francese, ndr): nel suo palinsesto non ci sono solo aggiornamenti continui sul traffico ferroviario ma ci sono anche un GR ogni venti minuti in collaborazione con l’agenzia Ansa e una serie di programmi di intrattenimento con interviste, ospitate famose, ecc. e, soprattutto, oltre a essere ascoltabile in diffusione nelle principali stazioni italiane e online, è ormai completamente fruibile anche tramite un’app dedicata. Nel panorama italiano di brand radio, però, non mancano neanche le radio «di prodotto» – così le definisce Stefano Chiarazzo – come Radio Crik Crok, legata all’omonima marca di patine in sacchetto, che si può ascoltare online ma anche in FM in alcune zone del Lazio e che ha una programmazione piuttosto targetizzata, rivolta a una fascia di ascoltatori molto giovani e a chi ama la musica dance, con una serie di dj anche ben conosciuti nel campo che collaborano con la radio.

I due esempi di FSNews Radio e Radio Crik Crok mostrano chiaramente l’importanza di strutturare un palinsesto che sia quanto più possibile tarato su gusti, interessi, bisogni del proprio target di riferimento. È facile, insomma, capire perché «non esiste un palinsesto ideale per una brand radio», come ribadisce Tiziano Bonini, «ma esiste il palinsesto giusto per il tipo di brand e il tipo di utente. Le radio dei supermercati, per esempio, fanno spesso l’errore di trasmettere musica mainstream perché “è più o meno quella che piace a tutti” o perché pensano che a fare la spesa ci sia un pubblico variegato e, invece, se solo ragionassero più per fasce orarie, riuscirebbero ad arrivare meglio con palinsesti diversi per consumatori diversi. Se la mattina ci sono a fare la spesa più anziani rispetto alla sera, quando ci sono invece solo lavoratori single comprano qualcosa per cena dopo essere usciti dall’ufficio, perché anche la musica non dovrebbe essere diversa alle diverse ore del giorno? Il palinsesto ideale, insomma, è quello costruito sulla base di una conoscenza, una vera e propria profilazione dei flussi di utenti, che passano dal proprio store, o dei propri target di riferimento se si è un brand a cui manca la dimensione di in store».

USARE LE RADIO AZIENDALI PER UNA COMUNICAZIONE INTERNA D’APPEAL

Considerare una pluralità di target non è sbagliato quando si fa rifermento alle brand radio che, del resto, oltre che per una comunicazione verso l’esterno possono essere utilizzate anche, come si accennava, come forma di comunicazione interna decisamente più d’appeal rispetto a circolari, Intranet, chat multiple.

Tra i grandi brand che hanno già usato le radio aziendali per questo scopo c’è, per esempio, Enel: Enel.Radio va in onda dal 2009, è fruibile dai dipendenti dell’azienda sia in Italia che all’estero e sia in Rete che nelle aree comuni come auditorium, mense, ecc. e ha un palinsesto molto articolato che conta, per esempio, come nella più classica tradizione radiofonica, di un morning show (Buongiorno Enel, ndr) che fa da contenitore per la rassegna stampa, le ospitate, il meteo, le interviste, ecc. Uno dei casi più studiati di brand radio utilizzati come strumento di comunicazione interna, però, è quello Radio Intesa San Paolo, dell’omonimo gruppo bancario: fin dalle sue prime trasmissioni, nel 2007, ha una programmazione mirata specificatamente a migliorare l’ambiente di lavoro, favorire i momenti di convivialità tra chi lavorava nella stessa filiale e, più in generale, a far in modo che si raggiunga una maggiore condivisione dei valori aziendali.

QUANDO UNA BRAND RADIO È DAVVERO UTILE PER LA COMUNICAZIONE AZIENDALE?

Una brand radio funziona sui grandi numeri, per le aziende con tanti impiegati e in questo funziona perché permette di comunicare velocemente una linea aziendale. Può essere funzionale, però, anche nel caso delle grandi multinazionali o aziende con molti sedi. A patto di porsi domande come: quando fare ascoltare la radio aziendale? Trasmettere la brand radio in sottofondo mentre le persone stanno lavorando, infatti, può essere fastidioso. Lo si può fare in alcuni momenti, forse, o si devono trovare altri spazi. La progettazione di una radio aziendale, insomma, può essere anche molto complicata.

COSÌ LE RADIO IN STORE MIGLIORANO L’ESPERIENZA D’ACQUISTO

I benefici sull’ambiente di lavoro della radio aziendale vanno dedotti, un po’ come si deve procedere per deduzioni quando si tenta di rispondere alla domanda se la musica in store fa vendere di più o se, sempre a proposito di radio, una programmazione ideata ad hoc per il proprio esercizio commerciale possa aumentare il tempo che il cliente medio passa al suo interno. Come si accennava, infatti, le in store radio hanno programmazioni e palinsesti appositamente pensati per essere fruiti all’interno di un negozio di prossimità o di catena, un centro commerciale, un punto vendita della GDO (si pensi a Penny FM, la radio di Penny Market, o alla radio di Esselunga, ndr). Nella maggior parte dei casi le in store radio nascono da «partnership con grandi network radio che, pagando una piccola fee, permettono di avere creata una radio ad hoc per il proprio negozio», ci spiegano ancora da #SocialRadioLab. A cosa servono, però, davvero le in store radio?

  • Incidono innanzitutto sul riconoscimento e l’immagine del brand, dal momento che quando si entra in un centro commerciale e si sente un certo tipo di musica piuttosto che un’altra ci si può fare subito un’idea del target principale del posto.
  • Aiutano a legare un certo tipo di contenuti all’immagine della propria marca e, quindi, a veicolarla. Paradigmatici sono in questo senso i jingle: servono ad attirare l’attenzione su un contenuto che sta per arrivare e, possibilmente, a fare in modo che il proprio marchio si fissi nella memoria dell’ascoltatore, cosa che potrebbe essere rilevante, poi, nel momento della scelta.
  • Fidelizzano il consumatore, specie se si considera che la maggior parte delle radio aziendali esiste ormai in forma di app che possono essere scaricate e ascoltate in qualsiasi momento, anche al di fuori dello store, prolungando quasi l’esperienza d’acquisto o comunque il contatto con il brand.
  • A un livello zero, possono servire a veicolare informazioni commerciali su offerte speciali, contest a cui partecipare, ecc., in un luogo privilegiato, quello in cui avviene direttamente l’acquisto, e dove è più facile che si abbia un maggiore tasso di risposta alla call to action.
  • Soprattutto per i negozi in franchising aiutano da un lato a rendere omogenea la comunicazione, dall’altro rendono unica e sempre uguale a se stessa l’esperienza d’acquisto. Se si ha subito la percezione di essere all’interno di una Coop o di un McDonald’s, insomma, oltre che per il design del punto vendita e per l’atteggiamento dello staff potrebbe essere anche grazie alla diffusione della radio aziendale.
  • Come si accennava, infine, una radio in store potrebbe incidere sull’umore, sia dei dipendenti sia dei clienti o potenziali tali. Nel secondo caso, essere di buon umore potrebbe aumentare la predisposizione all’acquisto o anche solo il tempo passato all’interno dell’attività commerciale. «Non ci sono ricerche che lo provano – ribadisce, però, Tiziano Bonini nell’intervista ai nostri microfoni – ma solo delle ricerche empiriche con questionari rivolti a un campione di persone in uscita dai centri commerciali: in quell’occasione c’è stato un riscontro positivo da parte dei clienti. Le in store radio cioè potrebbero funzionare nel caratterizzare il momento del consumo, che è come dire che quando la musica si lega all’identità del luogo ne viene fuori un tipo di consumo piacevole, in un contesto piacevole. Anche dal punto di vista degli acquisti, insomma, funziona meglio uno store in cui il contesto sonoro è riempito da una musica, un palinsesto curato e brandizzato rispetto a uno spazio in cui è trasmessa una musica qualunque o una radio qualunque».

di Virginia Dara

Fonte: insidemarketing.it

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