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Addio alla seconda pagina, Google testa il pulsante “altri risultati” con scroll infinito

Invece di cliccare sul pulsante per la pagina successiva, il motore di ricerca mostrerà più risultati sulla stessa pagina.

Google sta testando un pulsante “altri risultati” per le ricerche che vengono eseguite da dispositivi mobili.

Non sarà più necessario scorrere la lista dei risultati di ricerca fino al termine per passare alla pagina successiva: come vediamo nel test che abbiamo effettuato, viene presentato un singolo risultato (o più risultati) con il nuovo pulsante in basso. Cliccando sulla scritta “altri risultati”, si apre una altri risultati, google, serp, seo, senza paginazione, che prosegue all’infinito.

Cosa cambierà per chi si occupa di ottimizzazione dei contenuti sui motori di ricerca è tutto da vedere: non è ancora chiaro se il test si sarà successivamente esteso alla navigazione da desktop o se la sua presenza sia del tutto temporanea. A livello pratico, il sistema della paginazione viene conservato (e i risultati delle ricerche risultanti da una navigazione desktop lo confermano) ma l’effetto visivo è quello di uno scroll infinito che, senza dubbio, favorisce l’utente nella ricerca dei risultati evitandogli il click sul pulsante “pagina successiva”.

I risultati aggiuntivi vengono quindi visualizzati sotto i risultati correnti.

La conferma di Google sul nuovo pulsante

Danny Sullivan di Google ha confermato su Twitter il test degli ultimi giorni. Il tasto compare nelle ricerche di molti utenti quando utilizzano Google da mobile, ma ancora non sembra disponibile per tutti. Il nuovo tasto a cui è abbinata la nuova funzione di ricerca inizia a essere sempre più visibile nelle ricerche e questo fa pensare che il test potrebbe diventare uno strumento definitivo.

Anche Google si prepara alla GDPR. Ecco come

In una lettera ai partner, Big G ha reso noti i passi con cui affronterà il regolamento europeo: previste regole più stringenti e una serie di nuovi strumenti ad hoc


La data della definitiva entrata in vigore della GDPR si avvicina, e anche i grandi operatori del mercato si stanno attrezzando per non farsi trovare impreparati il 25 maggio.

Dopo Facebook, ora anche Google ha ufficializzato, in una lettera ai suoi partner, come cambierà la gestione dell’utilizzo dei dati per chi fa uso delle sue piattaforme per la pubblicità.

Innanzitutto, la società ha precisato i diversi ruoli che, in base alla tipologia di piattaforma presa in esame, essa assume nei confronti del trattamento dei dati. In regime di GDPR, una società può essere un processor (responsabile del trattamento), un controller (titolare del trattamento) o un co-controller (cioè un titolare del trattamento che insieme a un altro decide modi e fini del trattamento dei dati).

Google opera come titolare del trattamento nel caso dei suoi principali prodotti pubblicitari, come AdMob, AdSense, AdWords, DoubleClick Ad Exchange (AdX) e DoubleClick for Publishers (DFP). E’ invece un responsabile del trattamento nel caso di altre piattaforme come Google Analytics, Ads Data Hub, Google Analytics, DoubleClick Bid Manager e altri. In più, e questa è una novità, Big G introdurrà nuovi termini di contratto secondo cui per alcuni dei suoi strumenti come DoubleClick for Publishers, Ad Exchange, AdSense e AdMob diventerà un co-controller, condividendo quindi con altri operatori il controllo di come vengono processati i dati e la responsabilità sulla loro protezione.

Un altro tema è poi quello del consenso. Naturalmente, Google si occuperà personalmente di ottenere quello relativo ai suoi dati di prima parte, ossia le informazioni sugli utenti che usano le sue piattaforme come Gmail, YouTube e il motore di ricerca. Per quanto riguarda invece gli editori e inserzionisti che adottano le sue soluzioni pubblicitarie, saranno loro a dover chiedere il consenso agli utenti.

Ma questo in realtà succedeva anche prima. La novità è che Google aggiornerà la propria “user consent policy” europea per renderla conforme alle nuove, più stringenti condizioni legali richieste dal regolamento. Ad esempio, ogni sito o app che utilizza soluzioni pubblicitarie di Google dovrà necessariamente ottenere il consenso legalmente valido dell’utente finale per usare cookie, raccogliere dati o condividerli per erogare campagne mirate.

Nella lettera, a tal proposito Google ha aggiunto che esplorerà possibili “soluzioni dedicate agli editori per l’ottenimento del consenso, incluso lavorare con associazioni della industry come IAB Europe“. Quest’ultima sta attualmente lavorando a uno standard tecnico per rendere più semplice l’immagazzinamento dei consensi degli utenti e la loro condivisione con gli altri partner della filiera pubblicitaria.

Infine, Big G ha annunciato il prossimo lancio di una serie di strumenti per facilitare la conformità dei suoi partner alla GDPR. Tra questi, una soluzione che aiuterà gli editori a mostrare annunci non-customizzati a quelle persone che hanno fatto opt-out della raccolta dati; dei controlli per AdMob, DFP, AdX e AdSense che consentiranno ad inserzionisti e publisher di gestire le società terze abilitate ad erogare e misurare annunci in Europa; uno strumento per il mantenimento e la cancellazione dei dati su Google Analytics; e delle soluzioni per limitare il trattamento delle informazioni personali dei minori.

di Alessandra La Rosa

Fonte: programmatic-italia.com

YouTube, ora gli spot si possono targettizzare anche in base alle ricerche su Google

Nuove possibilità di targeting per la piattaforma video di Big G, sulla quale arriva anche il formato pubblicitario direct-response TrueView for Action

In occasione dell’evento californiano Search Marketing Expo West, Google ha svelato alcune nuove soluzioni che vanno ad ampliare l’offerta pubblicitaria di YouTube: la possibilità – ora anche per gli inserzionisti della piattaforma video – di targetizzare il pubblico in base ai dati provenienti dalle ricerche su Google, e un nuovo formato adv chiamato TrueView for Action.

Partiamo dalla prima novità: adesso chi acquista pubblicità su YouTube potrà targetizzare gli utenti che hanno cercato determinati termini sul motore di ricerca Google, compresi i propri prodotti e servizi. “Per esempio, una compagnia aerea potrà raggiungere su YouTube quelle persone che hanno recentemente cercato su Google.com ‘voli per le Hawaii’”, spiega la società in un blog post ufficiale, sottolineando l’efficacia di questa novità – che chiama “custom intent audiences” – per portare all’azione quegli utenti ancora indecisi sfruttando tutto il potere persuasivo del video.

Per utilizzare le custom intent audiences su YouTube, le aziende dovranno impostare una campagna video su AdWords e aggiungere le varie keyword. La soluzione è disponibile solo nella nuova interfaccia di AdWords.

Su YouTube arriva il formato TrueView for Action

L’altra novità, invece, è un nuovo formato direct-response: TrueView for Action, che verrà reso disponibile a livello globale nel corso di questo mese.

Attraverso questo formato, spiega Google, “gli inserzionisti possono personalizzare una call to action” che appare insieme agli spot su YouTube “per spingere il risultato più importante per il business”. Su mobile, il formato appare sotto il video e rimane anche dopo che lo spot è finito o che l’utente lo ha “saltato”. Su desktop, verrà mostrato anche un mini-annuncio in cima alla colonna dei correlati sulla destra.

Una ricerca su Google e la successiva erogazione sull’app di YouTube di un formato TrueView for Action

Il formato TrueView for Action è personalizzabile con le creatività dell’azienda, come loghi e immagini, altrimenti verrà automaticamente creato da Google con elementi presi dalla landing page dell’inserzionista.

di Alessandra La Rosa

Fonte: programmatic-italia.com

Google Search: su mobile sarà premiata la velocità delle pagine

BigG annuncia Speed Update: a partire da luglio tra i parametri di indicizzazione per il mobile sarà introdotta la velocità di caricamento della pagina

“Le persone vogliono trovare risposta alle loro domande il più in fretta possibile“: comincia con queste parole il blog post ufficiale con cui Google annuncia che a partire da luglio 2018 userà tra i parametri di indicizzazione per il mobile, come già avviene su desktop, la velocità di caricamento della pagina. In questo modo saranno privilegiate le pagine più veloci, che verranno quindi classificate più in alto nelle Serp.

Questo nuovo sistema che prende il nome di Speed ​​Update sarà applicato a tutte le pagine, indipendentemente dalla tecnologia con cui sono realizzate, e interesserà, secondo Google, una piccola percentuale di ricerche, penalizzando le piattaforme che impiegano un tempo eccessivo nel caricarsi. In ogni caso, anche le pagine più lente saranno ben indicizzate se risulteranno fortemente rilevanti per la ricerca.

Per consentire a sviluppatori ed editori di misurare e migliorare le performance del proprio sito, Google suggerisce l’impiego di strumenti già esistenti quali Chrome User Experience Report, LightHouse e PageSpeed Insights.

Con questa mossa BigG dà sempre maggior rilevanza alla velocità delle pagine per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti, come sta facendo anche su altri fronti, come, ad esempio, con l’introduzione dell’Ad blocker su Chrome o con il blocco della riproduzione automatica dei contenuti multimediali nelle pagine web: è del 2015 il lancio delle AMP  che a febbraio 2016 sono state evidenziate nei motori di ricerca mentre nell’aprile dello stesso anno hanno avuto una posizione di rilievo in Google News.

 

di Caterina Varpi

Fonte: www.engage.it/tecnologia/google-search-speed-update/

SEO Mobile First

Rivoluzione: L’Indice Google diventa Mobile First

L’indice primario di Google diventa quello Mobile e cambia TUTTO: inizia l’era in cui lo smartphone supera il Desktop anche per Big G. In pratica cosa succede?

Gli algoritmi del motore di ricerca utilizzeranno in primo luogo la versione mobile del contenuto di una pagina web per classificarla e decidere il suo ranking: fino a ieri infatti, la versione primaria usata era quella desktop (ognuno ha i suoi limiti derivanti dal suo passato, Google nasce nell’era dei desktop 1999).
In gergo tecnico, GoogleBot-Mobile diventa predominante verso GoogleBot (qui trovate un ripasso su come funziona il processo di indicizzazione Google).

A partire da Novembre 2016 inizia il passaggio verso l’indice Google Mobile 1st: cosa deve fare un SEO Specialist che gestisce un sito?

Ci sono 2 Scenari:

a) Sito Responsive
Se il vostro sito è responsive (o con pubblicazione dinamica), ed il contenuto primario e markup è equivalente tra mobile e desktop, non dovreste fare nessun cambio strutturale L’unica variabile da tenere sotto controllo è verificare come avverrà l’indicizzazione sul nuovo indice primario e pulire le pagine da markup strutturati non rilevanti.

b) M. Site
Se il vostro sito è mobile ed il contenuto primario (foto, testo, markup) non è equivalente tra m.site e desktop, dovreste – rivendicare su Google Search console entrambi le versioni (m.site.it e site.it) – verificare che la versione mobile è accessibile a Googlebot-Mobile Utilizzando lo strumento di test robots.txt (guida robots.txt qui) – Assicurarsi di servire tutti i markup strutturati sia per il desktop e versione mobile; i dati strutturati su un sito mobile devono essere solo quelli strettamente rilevanti per lo specifico contenuto informativo di ciascun documento.

Ultima cosa: non servono modifiche ai rel canonical e href lang per il momento, che di fatto non vengono toccati dal progressivo passaggio al Mobile first Index.

fonte: aleagostini.com