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Come misurare le conversioni del proprio sito con Google Analytics

Quali le azioni di valore misurabili in funzione degli obiettivi aziendali? Ecco come monitorare le conversioni con Google Analytics

La digital analytics è un aspetto fondamentale per qualsiasi business online per tantissimi motivi; quello principale riguarda la possibilità di prendere decisioni che siano “smart” e ponderate sulla base dello storico dei dati. Secondo Google, circa il 90% dei siti web mondiali ha installato Google Analytics come software di misurazione, ma sorprendentemente solo il 30% effettua il login per valutarne i dati. Si può supporre, poi, che la maggior parte dei siti appartenenti a questa piccola fetta si limiti a visualizzare una “massa” sconclusionata di numeri che, di fatto, non “racconta” nulla sull’andamento del sito e questo ci porta a constatare quanto in effetti i dati vengano utilizzati ancora poco per prendere decisioni strategiche, quando in realtà bisognerebbe comprendere l’importanza della digital analysis.

Come si può immaginare, pur essendo un software freemium, la gran parte delle funzionalità della versione completamente free di Google Analytics permette un’analisi dettagliata di diversi aspetti funzionali alla comprensione dell’andamento delle performance e cioè

  • modalità di acquisizione degli utenti;
  • comportamento degli utenti sul sito;
  • monitoraggio di obiettivi (e conversioni).

Ciascuna delle tre macroaree presenta rapporti estremamente dettagliati che aiutano a capire se si sta andando nella direzione giusta (in base agli obiettivi prefissati), ma paradossalmente la fase che viene maggiormente trascurata è quella relativa al monitoraggio di conversioni e obiettivi. Il motivo principale risiede nella mancata traduzione degli obiettivi aziendali in azioni misurabili sul sito web (o sull’app mobile) attraverso il tool.

Prima di procedere con l’analisi delle impostazioni della piattaforma è doveroso fare una breve distinzione tra micro e macro conversioni: una conversione è un’azione che si desidera gli utenti effettuino su un sito web (o una app mobile) in quanto porta valore (effettivo o potenziale) al business. Quando l’azione è effettiva si parla di macro-conversione, quando è potenziale si parla di micro-conversione.

Alcuni esempi pratici possono chiarire senza dubbio le idee. Supponiamo di dover definire le micro-conversioni di un eCommerce di t-shirt e cappelli personalizzabili; in questo caso le macro-conversioni che gli utenti possono compiere sono:

  • acquistare uno o più cappelli e/o felpe.

Possono però verificarsi delle azioni che di fatto non hanno valore nell’immediato, ma che possono trasformarsi nel breve o nel lungo periodo in macro-conversioni. Si pensi ad esempio a

  • richieste di preventivo di quantitativi più elevati;
  • iscrizioni alla newsletter per aderire a speciali sconti e offerte.

Ovviamente si tratta soltanto di un caso esemplificativo, tipico comunque di un contesto B2C con implementazione di piattaforma eCommerce.

Nel caso di un B2B, infatti, possono essere considerate a tutti gli effetti macro-conversioni azioni quali

  • richiesta di preventivo;
  • richiesta di demo (in caso ad esempio di software);
  • telefonate.

Le microconversioni, invece, potrebbero essere:

  • visualizzazioni di pagine specifiche di prodotto/servizio (come ad esempio landing page riassuntive di tutte le specifiche);
  • visualizzazioni di demo video.

GOOGLE ANALYTICS: COME FUNZIONA?

Dopo questi esempi chiarificatori è possibile procedere con l’analisi degli aspetti tecnici riguardanti la piattaforma Google Analytics.
All’interno del menù laterale, da cui è possibile accedere ai vari rapporti, è presente una sezione specifica in cui viene operata una distinzione tra “obiettivi” e “eCommerce”.

  • Obiettivi


Google AnalyticsPer “obiettivi” Google Analytics intende tutte le azioni significative che si intende monitorare all’interno del sito (o dell’app mobile). Gli obiettivi vengono suddivisi in

  • destinazione (ad esempio la thank you page dopo la compilazione di un form);
  • durata (permette di monitorare le visite che durano almeno alcuni secondi);
  • coinvolgimento (permette di misurare tutte le sessioni che presentano un certo numero di pagine visitate);
  • eventi (ad esempio il click su un tasto di avvio per riprodurre un video presente sul sito oppure un link che rimanda ad un sito esterno).

Per settare queste azioni è necessario accedere dal pannello di amministratore dell’account Google Analytics ed impostare gli obiettivi sopraelencati. Alcuni di queste impostazioni richiedono una conoscenza non avanzata del tool, ad eccezione degli eventi monitorabili con l’aiuto dello sviluppatore del sito o dell’app oppure con l’utilizzo di Google Tag Manager, tool molto interessante che permette ad ogni marketer di settare qualsiasi tipo di codice di tracking in completa autonomia.

2. eCommerce

Attraverso l’implementazione del monitoraggio eCommerce (qualora il sito web o l’app in questione avesse questo tipo di feature) è possibile monitorare il rendimento delle vendite e non solo. Nello specifico la sezione eCommerce di Google Analytics presenta diversi rapporti, alcuni dei quali estremamente dettagliati:

Il monitoraggio dell’eCommerce su Google Analytics prevede, tra l’altro, un’implementazione base e una avanzata che permette di monitorare il comportamento d’acquisto degli utenti del sito dalla fase di visualizzazione delle schede prodotto fino a quella del completamento della transazione:

Anche in questo caso, il monitoraggio eCommerce prevede comunque l’aiuto di uno sviluppatore o l’utilizzo (per utenti esperti) di Google Tag Manager.

Come abbiamo avuto modo di valutare attraverso questa breve panoramica sull’utilizzo e l’implementazione degli obiettivi su Google Analytics, la necessità di una definizione in fase strategica deve essere necessariamente accompagnata da un’implementazione all’interno della piattaforma. Aspetto, quest’ultimo, che a quanto pare ancora in troppi trascurano.

di Francesco Setaro
Fonte: insidemarketing.it

Usabilità dei siti web: quali le caratteristiche principali?

L’usabilità dei siti web fa riferimento a quanto efficace, efficiente e soddisfacente sia la user experience dei navigatori.

Sono passati più di 25 anni dal lancio del primo sito web. Da allora sono cambiate molte cose, non solo a livello tecnologico, ma anche dal punto di vista dell’interfaccia e dell’usabilità dei siti web.

Nella creazione di un sito vanno tenuti in considerazione numerosi elementi che devono essere curati minuziosamente e molto utili risultano essere le linee guida di 1and1 per strutturare un design adeguato per il sito web che forniscono un vademecum sull’organizzazione di ogni singolo aspetto, andando ben oltre il semplice logo e comprendendo anche font, colori, immagini, testi. Le linee guida servono per far sì che, anche se a lavorare alla realizzazione del sito saranno persone diverse, resti sempre una coerenza di fondo, prestando attenzione al mantenere un’immagine coordinata, coerente rispetto a tutti gli altri elementi della comunicazione aziendale.

Se la definizione di chiare linee guida è il punto di partenza iniziale e necessario, nella progettazione del sito web non si può trascurare che la funzione principale dell’interfaccia grafica sia anche quella di rispondere alle esigenze dell’utente. Detto in altre parole: si deve assolutamente tenere conto dell’usabilità dei siti web.

QUANDO E COME NASCE IL CONCETTO?

Prima di definire l’usabilità dei siti web, si dovrebbe partire dal concetto di ‘usabilità’ che, nel senso più generico possibile, nasce dagli studi di ergonomia. Più che l’ergonomia classica – una disciplina in cui confluiscono medicina, fisica e ingegneria e che «studia gli aspetti fisico-motori della relazione fra il corpo umano e gli artefatti» (Giovanni Cosenza in “Introduzione alla semiotica dei nuovi media”) – si considera l’ergonomia cognitiva che «studia invece gli aspetti psicologici dell’interazione con gli artefatti, legati alle dinamiche di percezione, apprendimento, memoria, risoluzione dei problemi» (ibidem). Si tratta di una disciplina che rispetto alla prima ha avuto uno sviluppo più recente, più precisamente a partire dalla diffusione di elaboratori elettronici e sistemi di calcolo interattivi. Essa si basa soprattutto sull’interazione persona-computer, rientrando nella branca della Human Computer Interaction.

Il termine ‘usabilità’, di conseguenza, è entrato nel lessico di riferimento di questa branca quando è aumentata la diffusione dei personal computer e, se è già dagli inizi degli anni Novanta che si parla di usabilità dei siti web, si può dire che è a partire dal 1995 che il concetto si è affermato del tutto, quando ad occuparsene è stato Jakob Nielsen. In quell’anno, infatti, Nielsen iniziò la pubblicazione di una specifica newsletter dedicata all’usabilità dei siti web – che viene inviata tuttora – così da fornire costanti aggiornamenti sulle relative evoluzioni. Una cosa simile è stata fatta con il suo libro, pubblicato nel 2000 e divenuto subito un best seller nel settore, “Web Usability”, integrato negli anni a seguire per tenerlo continuamente aggiornato. Il libro di Nielsen è uscito in un periodo particolare, cioè quando, nel pieno della diffusione di Flash, uscito nel 1997, i siti iniziavano ad essere coloratissimi, pieni di immagini ed animazioni. Per certi versi infatti “Web Usability” è stato identificato come il libro che rappresentava i cosiddetti ‘usabilisti’ e che si opponeva all’eccessività dei ‘creativi’ – che trovavano invece voce nel libro “Creating Killer Web Sites” di David Siegel –, talvolta esprimendosi con toni estremizzati. Una citazione tratta dal libro che rende bene il senso di questa contrapposizione è la seguente: «l’utilizzo sregolato e gratuito della multimedialità produce interfacce che confondono gli utenti e rendono difficile la comprensione delle informazioni. Non tutte le pagine web devono necessariamente bombardare l’utente con un Capodanno di Piedigrotta di stimoli ed effetti speciali».

Al di là dei toni talvolta esasperati, però, i principi elencati da Nielsen in merito all’usabilità dei siti web sono ancora validi e l’invito fatto è più che altro quello di non esagerare nell’usare immagini, animazioni e colori, inserendoli con moderazione per far sì che l’esperienza dell’utente sia quanto più efficace possibile.

PER UNA DEFINIZIONE DI USABILITÀ DEI SITI WEB

Non è semplice definire con poche parole cosa si intende per usabilità dei siti web e per farlo si fa riferimento alla definizione di inizio anni Novanta data dall’ISO (International Organization for Standardization) che fa riferimento per la prima volta ad un programma e non ad un oggetto. In questa ottica il grado di usabilità di un programma/sito è definito come il grado in cui questo «può essere usato da particolari utenti per raggiungere obiettivi con efficacia, efficienza e soddisfazione in uno specifico contesto d’uso». In questa definizione sono evidenziati tutti i termini chiave da tenere come riferimento se si pensa a come rendere usabili i siti web (lo specifico contesto d’uso) per particolari utenti (target) – cioè come permettere loro di raggiungere le informazioni ricercate (obiettivi) – e renderli, così, efficaci, efficienti e soddisfacenti per la user experience.

Per riuscire a rispondere a queste esigenze di usabilità, bisogna innanzitutto chiedersi a cosa serva il sito in questione e cosa debba trovare l’utente al suo interno. Un progettista deve allora considerare – nell’elaborare il modello progettuale che è il modello concettuale che corrisponde poi a com’è realizzata l’interfaccia – e in qualche modo prevedere qual è il modello mentale dell’utente finale, ovvero la rappresentazione del sito che elaborerà interagendovi. Più i due modelli si avvicinano più è alta l’usabilità.

Sintetizzando quanto detto fino ad ora, si potrebbe affermare allora che l’usabilità consiste nell’economizzare il più possibile gli sforzi cognitivi dell’utente cosicché chi cerca un’informazione possa trovarla facilmente, chi vuole acquistare possa riuscirci senza difficoltà, chi vuole contattare i referenti del sito veda scritto in modo chiaro come reperirli. Il tutto con un impatto positivo per l’azienda, il singolo o l’organizzazione di cui il sito è espressione: non si dovrà fornire molto supporto all’utente, si minimizzeranno gli errori, si aumenterà la produttività e diminuiranno i costi (si rende infatti meno frequente la necessità di un restyling).

L’USABILITÀ IN PRATICA

 

Come si fa, però, a trasformare questi aspetti teorici in pratica nella realizzazione di un sito? Sicuramente cercando di semplificare ogni passaggio e rendendo intuitive le operazioni da compiere, rifacendosi in un certo senso al principio del KISS (Keep It Simple, Stupid), soprattutto perché l’utente in genere tende a scrollare la pagina – e non a leggerne tutti i contenuti –, alla ricerca di quello di cui ha bisogno, nel minor tempo possibile, con pochi click.
Il tempo è importante anche relativamente alla velocità del sito: non ci devono essere tempi di attesa, intesi come problemi nel caricamento delle pagine, né ci devono essere problemi nel passare da una pagina all’altra e nel poter ritornare alla home da qualsiasi pagina.

Alla home page bisogna dedicare molta attenzione, perché deve comunicare con immediatezza di cosa tratta il sito e i contenuti che si possono reperire al suo interno. L’utente deve essere anche incuriosito, attratto dalla grafica (in un giusto mix tra utilità ed estetica) che rispecchi la brand identity.

A tal proposito, va considerato che diverse ricerche – tra cui una di Google sull’argomento, “The role of visual complexity and prototypicality regarding fisrt impression of websites” – hanno evidenziato che gli utenti si fanno un’idea o un’opinione sul sito in un tempo pari a 50 millisecondi decidendo, di conseguenza, se continuare la navigazione o abbandonare. Questa “prima impressione” dipende da molti fattori, quali la disposizione degli elementi, i colori utilizzati, gli spazi, la quantità di testo, il tipo di carattere scelto.
Tutto ciò va tenuto presente però anche nelle altre pagine del sito. Un’attenzione particolare, per esempio, va dedicata alla leggibilità dei testi. I testi devono essere accessibili alle persone dotate di vista normale e non: si deve fare riferimento, quindi, alla fisiologia dell’apparato percettivo umano e scegliere sia uno sfondo adatto per il testo che lo faccia risaltare, sia un tipo di carattere (meglio se sans-serif) e relativa dimensione che non facciano stancare troppo gli occhi (anche evitare un uso eccessivo del maiuscolo aiuta a rendere meno faticosa e lenta la lettura).
Altre agevolazioni si possono fornire inserendo titoli che precedano il testo riassumendone in poche parole il contenuto, parole evidenziate in grassetto che facciano da punti di ancoraggio, elenchi puntati o numerati. Inoltre non vanno trascurate le caratteristiche tecnologiche dei diversi schermi che si possono utilizzare per accedere ai contenuti.

Utile nella strutturazione dell’interfaccia grafica è, inoltre, riferirsi a quelli che sono diventati a tutti gli effetti degli standard del web. Solo per citarne uno: posizionare gli strumenti di navigazione nella fascia orizzontale in alto o nella fascia verticale a sinistra.

E L’EYE TRACKING?

A tutto questo bisognerebbe, infine, aggiungere, che per migliorare l’usabilità dei siti web e quindi la user experience si possono applicare alcune tecniche proprie del neuromarketing: tra queste l’eye tracking che permette di monitorare il movimento che compiono gli occhi dell’utente che naviga una pagina, registrando gli spostamenti sui diversi elementi presenti e ottenendo così delle indicazioni precise sul tempo dedicato ad un elemento piuttosto che a un altro, sull’ordine di visualizzazione delle singole parti, etc., comprendendo quali sono gli aspetti deboli e quali invece quelli di forza del sito. Proprio grazie a studi sull’eye tracking applicato ai siti – nello specifico studi condotti dal gruppo Nielsen di cui si può leggere in “F-Shaped Pattern For Reading Web Content” –, ad esempio, si è rilevato che il movimento oculare fatto dall’utente nello scrollare una pagina assume la forma di una F, il che vuol dire che inizialmente l’occhio si muove in modo orizzontale: prima legge l’intero rigo, poco dopo si ferma prima che il rigo finisca (cosa che corrisponderebbe per sommi capi alle due aste della F) e poi scende verticalmente (formando il bastone della F, appunto). Questo dato è utile per comprendere come la migliore disposizione del testo all’interno delle pagine sia quella che ha un allineamento a sinistra, con le righe che iniziano sullo stesso asse verticale.

di Pina Meriano
(Fonte: insidemarketing.it)

Landing page e mini-siti: strategie e best practice

Landing page e mini-siti possono contribuire a migliorare l’esperienza tra utente e azienda. Quali le migliori strategie e le best practice?

Se il website istituzionale di un grande brand è considerato una galassia in cui ritrovare tutto il mondo di un’azienda, dalla storia ai valori, fino alle varietà di prodotti, landing page e mini-siti si configurano oggi come dei piccoli mondi paralleli in grado di fornire informazioni e contenuti unici e personalizzati che possano sensibilmente migliorare l’esperienza tra utente e brand.

LANDING PAGE E MINI-SITI: CARATTERISTICHE E UTILITÀ

Non è una sorpresa, quindi, che il numero di aziende che decide di investire nella progettazione e sviluppo di landing page e mini-siti dedicati sia cresciuto sensibilmente negli ultimi anni per promuovere e comunicare servizi e lanciare (o riposizionare) nuovi prodotti, sfogliare o scaricare brochure, sponsorizzare iniziative istituzionali così come progetti speciali quali concorsi online, campagne virali o di lead generation.

Qualunque sia il progetto che ne guida la creazione, landing page e mini-siti devono essere semplici, immediati e focalizzati su un’unica, precisa U.S.P. (Unique Selling Proposition): l’attenzione degli utenti deve essere incentrata su un unico messaggio e non sono contemplate uscite fuori tema. Questo perché la logica alla base di landing page e mini-siti è fornire informazioni puntuali ai potenziali clienti o fruitori di un servizio senza perdersi nei meandri delle sezioni di un complesso sito istituzionale.
Il secondo fattore da tenere in considerazione per un’esperienza di atterraggio efficace è rassicurare gli utenti, spiegando loro come in effetti siano al posto giusto nel momento giusto. Ciò si traduce in un messaggio intrinsecamente coerente con quanto promesso o menzionato nel banner e nell’ annuncio che hanno generato la visita, con contenuti studiati ad hoc, un’offerta univoca – sia essa l’acquisto di un prodotto, la sottoscrizione di un servizio o più banalmente la compilazione di un form – che sia il risultato di un obiettivo strategico chiaro, capace di guidare o orientare l’intera campagna.

Altri strumenti per facilitare la contestualizzazione per l’utente e conferire autorevolezza alla pagina sono l’integrazione dei social, l’inserimento di recensioni e contributi originali forniti da altri utenti che hanno provato il servizio oggetto della campagna, lo sviluppo di un layout grafico coerente con il posizionamento del marchio e l’immagine aziendale. Se necessario, è possibile ricorrere ad A/B testing per verificare quali soluzioni grafiche e testuali siano più efficaci in termini di conversione.

Una volta determinato l’intero flusso di comunicazione, dal primo click all’approdo su landing page e mini-siti ogni singolo elemento che compone la pagina – dalle headline alle immagini, fino ai testi impiegati – deve essere pensato per agevolare il processo di conversione e attrarre l’attenzione dell’utente verso la call-to-action: non un semplice bottone su cui cliccare ma una richiesta precisa, specifica e inequivocabile, visivamente distintiva e capace di costituire il centro nevralgico di tutta la campagna.

Allo stesso modo va precisato che nel momento in cui l’utente effettua la richiesta – compilando un form, cliccando su un bottone per il download, sottoscrivendo l’iscrizione a una newsletter o anche elaborando un preventivo – la risposta deve essere pressoché immediata: solo in questo modo è possibile costruire un’esperienza user-centred, completamente focalizzata sui bisogni e le aspettative del visitatore. Ciò implica che l’esperienza non debba considerarsi conclusa dopo la generazione del lead o l’acquisto del prodotto o servizio e che la landing page debba essere integrata in un coerente programma post-click: dalla classica thank-you-mail al più ambizioso follow-up telefonico o digitale, fino all’avviamento di un vero e proprio piano di nurturing che consenta di capitalizzare il valore dell’attenzione riservata dagli utenti rispetto alla campagna e i dati che hanno rilasciato attraverso la call-to-action.
Ottimizzare le informazioni ottenute e tracciare ogni singolo step del processo di conversione – da tutto ciò che è pianificato prima e dopo il click dell’utente – significa sfruttare tutto il potenziale dell’esperienza di atterraggio e trasformare così una singola pagina web in una preziosa opportunità per avviare una solida e fruttuosa relazione tra brand e utenti.

CREARE LANDING PAGE EFFICACI: LE BEST PRACTICE

Una landing page funzionale nasce da un preciso progetto strategico in grado di determinare un chiaro e funzionale percorso di conversione. Il primo step necessario per assicurare un’esperienza di atterraggio soddisfacente è collocare la landing page al di fuori del website, con tutte le distinzioni in termini di format e di layout, oltre che di menu e navigazione. In questo modo la landing page diviene più che una semplice pagina ma una vera e propria esperienza per l’utente che può condurre a risultati decisamente più soddisfacenti in termini di focus sugli obiettivi di conversione, univocità del messaggio e richiamo alla call-to-action. Non bisogna dimenticare che gli utenti che approdano su una landing page non sono utenti comuni alla ricerca di generiche informazioni: al contrario, sono dei potenziali lead o clienti che hanno già manifestato il proprio interesse rispetto alla campagna e hanno aspettative ben precise strettamente commisurate a quanto è stato loro promesso cliccando su un dato banner o su un annuncio.

La progettazione di landing page e mini-siti è strettamente connessa agli obiettivi, al target e al settore merceologico in cui opera il brand. Tuttavia, esistono alcune best practice necessarie per assicurare al visitatore una esperienza di navigazione soddisfacente.

  • Utilizzo dello spazio negativo. Una buona composizione visiva è fondamentale per permettere agli utenti di focalizzare l’attenzione sugli aspetti che si ritengono importanti. Entra qui in gioco lo spazio negativo, ovvero uno spazio vuoto che serve all’occhio per “respirare” e concentrarsi su contenuti ben definiti. Una landing page efficace non dovrebbe essere scarna ma avere un’organizzazione grafica intelligente per valorizzarne gli aspetti principali.
  • Posizionamento dei contenuti strategici above the fold. È importante posizionare gli elementi visivi di maggiore impatto above the fold, ovvero in quell’area che l’utente può vedere senza scorrere la pagina. In una landing page efficace gli elementi principali sono posizionati in vari punti strategici che possono essere valorizzati attraverso elementi interattivi allo scopo di rendere il sito più leggibile e dinamico. Il fine ultimo è sempre quello di riuscire ad accattivarsi l’interesse dell’utente.
  • Call-to-action chiara e diretta. L’utilizzo di una landing page può essere la strada giusta da percorrere se si vuole cercare di convincere potenziali clienti dell’efficacia di uno specifico prodotto o servizio. L’uso di una comunicazione diretta permette, infatti, ai visitatori di capire immediatamente ciò che viene loro richiesto. È utile, ad esempio, per coinvolgerlo nel processo stesso dell’azione creare un “senso d’urgenza” sfruttando limiti o scadenze, come una promozione esclusiva temporalmente limitata e/o riservata a pochi utenti. La prospettiva di poter perdere un’occasione irripetibile spingerà il cliente all’acquisto. La call-to-action deve sempre occupare un posto di rilievo all’interno della pagina, sia che venga visualizzata come unico elemento sia che venga sovrapposta ad altre immagini.
  • Attenzione ai colori. Trasmettere affidabilità è uno degli scopi finali di una landing page e l’uso di colori appropriati può facilitare il processo. È importante utilizzare dei colori che rimandino a buone qualità: al blu sono tradizionalmente associati i concetti di fiducia, chiarezza e innovazione. Anche il verde è un colore molto usato perché ad esso si associa normalmente all’idea di crescita, guadagno e vitalità. I colori come il giallo e il rosso sono meno indicati perché potrebbero essere associati a emozioni quali paura e aggressività. Ovviamente, tutto questo è sempre da considerarsi in relazione al contesto e al design generale della propria pagina web.
  • Le esperienze di utenti testimonial. La testimonianza di altri utenti su uno specifico servizio o prodotto può incentivare in maniera significativa il processo di conversione. Non bisogna dimenticare che molto spesso essere il primo non è un valore: sapere che altre persone ci hanno provato prima e che l’esperienza si è rivelata soddisfacente aumenta di gran lunga la convinzione che funzionerà.
  • Utilizzo di contenuti video. In una società dove conta sempre di più l’immagine, è utile accompagnare prodotti e servizi a video coinvolgenti per il consumatore. Usare un breve video promozionale può far decollare le conversioni. Inoltre i pulsanti social media sono in una posizione tattica per convincere il visitatore a condividere il video e renderlo virale.

MINI-SITI E CONTENT MARKETING
Un mini-sito può essere un utile strumento per una efficace strategia di content marketing. Risulta tuttavia fondamentale concentrarsi su tre fattori chiave:

  • coerenza con il brand: è vero che un mini-sito può rappresentare un punto di rottura con il tone-of-voice e i visual del sito corporate, ma è fondamentale non allontanarsi troppo dagli asset di design che determinano l’identità e la riconoscibilità del brand. Soprattutto, è fondamentale mantenere sempre una certa coerenza con il posizionamento del brand e la sua vocazione originaria;
  • definizione degli obiettivi: proprio come una landing page, un mini-sito deve rispondere a precisi obiettivi di marketing e comunicazione, che sia il lancio di un nuovo prodotto o una campagna pubblicitaria oppure concorso, per fare qualche esempio;
  • semplicità: l’esperienza di navigazione deve essere immediata, i testi e gli obiettivi di conversione devono essere ben identificati e soprattutto il menu deve assicurare all’utente una fruizione esaustiva dei contenuti.

Mantenere alta l’attenzione durante l’esperienza di navigazione è un aspetto talvolta sottovalutato quando si parla di mini-siti, poiché si preferisce concentrarsi sugli indubbi vantaggi che uno strumento simile offre in termini di strategie SEO. In realtà, non andrebbe dimenticato che una più efficace presentazione di un prodotto o di un servizio può tradursi in una significativa implementazione del rapporto tra utente e brand, fornendo così agli utenti ciò che stanno cercando nel preciso momento in cui ne hanno bisogno. Si pensi, per esempio, a un mini-sito dedicato alla vendita online di un certo prodotto o alla sottoscrizione di un abbonamento a un servizio specifico.
Non solo: puntando su testi persuasivi, su un visual ad alto impatto emotivo – proprio perché libero dai dettami dei format istituzionali del brand –, sulla crossmedialità – basti pensare alle infinite possibilità offerte dai collegamenti ai social – e su un agevole tracciamento dei dati di conversione – individuando un’unica call-to-action che sia alla base dell’obiettivo di conversione –, un minisito può effettivamente consolidare l’immagine online di un marchio e trasformarsi in un momento unico in cui l’esperienza con il brand può essere goduta in maniera completa, con grande soddisfazione di coloro che guardano con ansia i dati relativi al ritorno dell’investimento delle campagne di web marketing. Ed è in quest’ultimo caso che il confine tra landing page e mini-siti si fa sempre più labile, plasmandosi di volta in volta in base alle esigenze delle aziende e dei progetti per cui sono studiati.

di Gerardo Grasso
(Fonte: insidemarketing.it)